Deep Purple: ma come fanno?

Passano i cinquantuno minuti di Whoosh! e ti chiedi “ma come fanno?”.

La domanda in realtà è “ma come cazzo fanno?”, e la risposta è difficile da dare. La storia del Rock, con la R maiuscola, arriva in questo assurdo 2020 al ventunesimo studio album e tira fuori un lavoro denso, emozionante, interessante e maledettamente efficace. Nasce quindi la domanda di inizio riflessione, soprattutto quando ascolti i cd dei gruppi che potrebbero essere se non i figli addirittura i nipoti dei Deep Purple e non hanno un briciolo dell’energia che i nostri cari signorotti inglesi schiaffano tra i solchi di Whoosh!. Ascolti quei lavori e pensi a questi giovani e annoiati musicisti che stancamente strimpellano gli strumenti su una poltrona dai colori retrò, senza un sussulto o un sorriso emozionato tipico di chi sa di aver appena inventato un giro rock che farà muovere il culo alla gente.

E poi ci sono Ian Gillan e Don Airey, Roger Glover, Ian Paice e Steve Morse, l’uomo che ha salvato i Deep Purple quasi venticinque anni fa. Messi insieme fanno trecentosessanta – 360 – anni, ovvero un bel po’ di esperienza e di note suonate. Lì dove la stanchezza e la routine hanno la meglio sulla passione per la musica anche su persone con un chilometraggio decisamente inferiore a quello dei Deep Purple, loro se ne escono con un disco che suona contemporaneo e al passo coi tempi pur suonando 100% Deep Purple. Ma come fanno all’età che si ritrovano ad aver ancora voglia di sudare sullo strumento e discutere per le scelte musicali quando potrebbero godersi la pensione in completo relax? Ve lo dico io: si chiama passione e porta la gente a fare cose che gli altri nemmeno sono in grado di immaginare. Chi di voi immagina due over 70 a reggere con grinta e buon gusto la sezione ritmica di una grande (a mio modesto parere LA più grande) rock band? Eppure sono lì, a dare il tempo ai compagni di avventura, senza lasciare nulla al caso, gestendo al meglio le situazioni, tirandone fuori il massimo ogni volta che si presenta la possibilità. C’è un cantante che da giovane era Dio sceso in terra, con la sua voce potente e terrificante, in grado di adattarsi nei primissimi anni ’80 anche alle sonorità dei Black Sabbath con quel Born Again che giustamente negli ultimi anni è stato rivalutato dalla critica, e ora che il tempo reclama il suo prezzo, se la cava ancora egregiamente e non manca occasione di far venire la pelle d’oca ai nostalgici. Chi non è nostalgico non può far altro che ammettere che sì, Gillan del 2020 non è più il Gillan del 1972 (e grazie al caz*o, aggiungo), ma ad averne di cantanti così! E sicuramente c’è anche chi, l’ho letto con i miei occhi, dice che non solo è “svociato”, ma anche imbarazzante. Un pensiero del genere si definisce da solo. Ho letto anche che Gillan è da anni una palla al piede dei Deep Purple, e che per amore del gruppo si sarebbe dovuto far da parte diverso tempo fa. Chiaramente la critica, quella seria fatta da giornalisti e da esperti, è concorde nel ritenere Whoosh! un grande disco rock, il migliore da tanti anni a questa parte. Sia chiaro, i Deep Purple non fanno un disco brutto dal 1986, forse l’unico brutto, quel The House Of The Blue Light che, per quanto suonato con classe, è proprio debole e fa passare la voglia di ascoltarlo dopo pochi minuti. Ok, c’è Slaves And Masters che fa discorso a sé, con il buon Joe Lynn Turner alla voce che vede i Deep Purple trasformati in una band class rock prima del ritorno di Gillan sancito dall’ottimo The Battle Rages On. Io rincaro la dose, non solo Whoosh! è un grande disco rock, ma è anche il migliore dell’era Morse dopo lo spettacolare “debutto” Purpendicular. E proprio sulla grandezza del Morse chitarrista e sull’intelligenza del Morse uomo bisogna dire qualcosa. A inizio articolo l’ho definito come “l’uomo che salvò i Deep Purple 25 anni fa”: niente di più vero. Dopo l’abbandono del Dio Blackmore (se mi sono avvicinato alla musica, è suo il merito) e la fine del tour con Joe Satriani, onestamente un pesce fuor d’acqua, la band orfana del man in black inglese fece la scelta più giusta possibile, andando a reclutare un grande chitarrista con una personalità spiccata e un suono unico e facilmente riconoscibile. Lontano dai classicismi di Blackmore, virtuoso dalla sei corde ma senza peccare mai di narcisismo con inutili sbrodolate sulle sei corde, Steve Morse ha portato quella ventata di aria fresca che serviva ai Deep Purple non solo per sopravvivere, ma anche per costruirsi una nuova carriera guardando avanti senza snaturare il sound o rinnegare quanto di grande fatto in precedenza. Morse capì subito di dover essere sé stesso e che sarebbe stato dannoso cercare, anche in minima parte, di imitare Blackmore: la cosa, ricordo bene i discorsi dell’epoca, spiazzò molta gente, ma praticamente tutti concordarono sulla bellezza delle varie Vavoom: Ted The Mechanic (opener migliore per chiarire subito come sarebbero andate le cose non poteva esserci), Somebody Stole My Guitar e Sometimes I Feel Like Screaming, per quel che mi riguarda il picco dell’album. Da quel febbraio 1996 sono passati più di ventiquattro anni, il maestro Jon Lord ci ha lasciato – degnamente sostituito da quel geniaccio di Don Airey, mattatore proprio in Whoosh! -, ma i Deep Purple non hanno perso un solo briciolo di voglia di suonare. Anzi, hanno addirittura confezionato un disco in grado di entrare al sesto posto delle classifiche italiane, il che la dice veramente lunga sulla qualità delle tredici tracce che compongono l’album, se addirittura gli italiani hanno sganciato la grana per comprarsi il cd (o il vinile) invece di ascoltarlo in infima qualità su Spotify.

Il disco è semplicemente un gran bel disco rock, dove c’è tutta la storia e l’esperienza di Glover e soci. Hard rock con sprazzi di progressive (Step By Step), blues (What The What) e tonnellate di classe sono gli ingredienti che rendono Whoosh! così appetitoso agli appassionati del buon caro vecchio Rock (sempre con la R maiuscola!). L’iniziale Throw My Bones dice un po’ tutto, l’elegante Nothing At All con il suo splendido botta e risposta tra chitarra e hammond e la gustosa No Need To Shout bastano da sole per giustificare l’acquisto del disco, ma poi arrivano anche The Long Way Round, l’inusuale The Power Of The Moon con il suo incedere quasi oscuro, la brevissima (1:39!) ma gagliarda strumentale Remission Possible che conduce alla classica Man Alive, in un certo senso l’ultima canzone di Whoosh!. Perché in realtà l’ultima canzone è addirittura quella And The Address che dava il via alle danze in Shades Of Deep Purple, l’esordio del 1968 composto per 4/9 da cover e che vedeva alla voce Rod Evans e al basso Nick Simper, ovvero la mai rimpianta Mark I (per meriti delle successive e non per particolari demeriti dei musicisti della I). Quelli erano altri Deep Purple, autori di una sorta di beat un po’ più chitarristico, lontano da quello che avrebbero composto da lì a meno di due anni con il granitico In Rock. Nostalgia o ricordi a parte, cosa significa la ri-registrazione del primo brano del primo disco, questa volta posto in chiusura? La risposta è semplice, e non piace a nessuno: il cerchio si chiude, i Deep Purple faranno l’ennesimo tour e poi si fermeranno per davvero. L’età e gli acciacchi (anche del “giovane” Morse, da anni alle prese con una dolorosa artrite alla mano destra) hanno presentato il conto e per quanto possa far male, soprattutto a chi con la band di Hertford ci è nato e cresciuto, non si può far altro che essere grati di aver avuto così tanti dischi da ascoltare e amare, per non parlare delle testimonianze live. Sì, Gillan dal vivo fatica ed è sempre più fermo sul palco, ma i Deep Purple non si discutono, si amano.

Alla fine di Whoosh! (a proposito, che bella la copertina! La lezione di Bananas e seguente flop, parola di Paice, è servita) c’è anche una bonus track – Dancing In My Sleep – ma dopo la malinconia portata da And The Address la concentrazione è ormai svanita e la canzone non aggiunge nulla a quanto già detto.

Dopo ventuno dischi in studio e centonovantasette canzoni i Deep Purple sembrano essere arrivati sul punto di dire basta: se lo faranno veramente non è dato saperlo (una parte di me spera che chiudano alla grande con questo cd, una parte si augura di assistere a delle scene simil Ozzy Osbourne e Kiss, con continui tour di addio che vanno avanti da decenni), l’unica cosa possibile è continuare ad ascoltare le ottime Drop The Weapon e We’re All In The Same In The Dark ringraziando gli dei della musica per aver fatto incrociare le strade di Steve Morse e Ian Paice tanti anni fa.

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