Helrunar – Sól

Helrunar – Sól

2011 – full length – Lupus Lounge

VOTO: 8,5 – recensore: Persephone

Formazione: Skald Draugir: voce – Alsvartr: chitarra, basso, batteria

Tracklist “Sól I – Der Dorn im Nebel”: 1. Gefrierpunkt – 2. Kollapsar – 3. Unter dem Gletscher – 4. Nebelspinne – 5. Praeludium Eclipsis – 6. Tiefer als der Tag – 7. Nur Fragmente… – 8. Ende 1.3

Tracklist “Sól II – Zweige der Erinnerung”: 1. Europa nach dem Eis – 2. Aschevolk  3. Die Mühle – 4. Rattenkönig – 5. Moorgänger – 6. Lichtmess – 7. Sól

I cavalieri che fecero l’impresa. Eccoli: ancora una volta dominio e coraggio di un mai realmente obliato furor teutonicus imperversano. Stiamo, infatti, parlando dei tedeschi Helrunar e di Sól, terzo full-length che, ultima fatica dei nostri, si presenta nella veste assai poco “commerciale” di un album doppio, scelta che, di questi tempi bui, si qualifica quanto meno ardita. Ma, d’altronde, non sarebbe certo la prima volta che il duo Draugir/Alsvartr ostenta il seme di un proprio mirabile iter di qualità. Così anche per Sól che, disponibile separatamente o in versione completa, mantiene alte le aspettative di una band tutt’altro che scontata e, ora più che mai, felicemente dedita ad una fascinosa fusione di tradizione, sperimentazione e misticismo, il tutto sotto il segno di un pagan black tra i più viscerali della scena. L’ibrido che se ne forgia non è certo un prodotto per tutti, ma poco importa… l’oscura arte dell’alchimia non necessita di consensi.

Protagonista indiscussa di Sól è una natura arcana e possente, il cui battito palpita all’incedere di ogni sospiro vagamente melodico…avvinti nell’abbraccio di una contorta radice nodosa, dunque, non resta che cedere alla seduzione ruvida e selvaggia di una magia custode di un druidismo latente, i cui segreti lentamente si dipanano allo scorrere della funesta matassa dell’esistenza. Tracciato dalla Moire pare, infatti, il tetro viaggio che contraddistingue il ricercato black d’élite godibile in Sól, vetusta chiave di un mondo altro, non da tutti (per fortuna) percepibile.

Sól I – Der Dorn im Nebel

Il respiro inquieto dell’universo (rantoli, gocce e bisbigli) apre le danze nell’agghiacciante Gefrierpunkt, inadeguato preludio all’immensa Kollapsar, perfetta alternanza di violenza e melodia, screaming profondo e urla insensate, sacrale inno al sangue e alle ombre. Isa, la runa del ghiaccio, sembra, poi, rivivere nelle ritmiche gravi ed ipnotiche di Unter dem Gletscher, i cui monosillabici cori di chiusura quasi straniscono l’ascoltatore in una sorta di assurdo mantra dell’oscurità. È una cadenzata processione di note quella di Nebelspinne, brumoso corteo di ghignanti incappucciati, alla quale segue la strumentale Praeludium Eclipsis, altra magnetica ridda dal sapore di una primordiale invocazione. Tiefer als der Tag è un lancinante pugno nello stomaco, il cui destino è quello di schiudersi inaspettatamente in una serie di abissali arpeggi di stampo intimista, a loro volta rotti dalle oceaniche distorsioni di un mare in continua evoluzione. La brevissima Nur Fragmente… è un intermezzo dai toni più malinconici, suggestiva metafora di un mondo interiore ormai irrimediabilmente caduto in pezzi. Chiude la marziale Ende 1.3, furia impetuosa di decadenza, la cui parte recitata finale ha il gusto di una veemente preghiera di morte.

Sól II – Zweige der Erinnerung

È un cupo languore di devastazione che introduce l’intensa Europa nach dem Eis, scenario di grigio declino, tra pietre e rovine di un mondo che fu, magistralmente reso da un vigoroso riffing, i cui toni appaiono in continua variazione. Aschevolk è un’epica marcia in lode alla tempesta di fuoco e al tempo, le due truci costanti di un’esistenza ormai votata alla più fosca barbarie. E come tacere di Die Mühle, altra incisiva prova di maestosi avvicendamenti sonori. Odio, vermi e funerei paesaggi popolano l’infinita Rattenkönig, song ricca di pause taglienti, più di una volta sospese tra ascetica prostrazione e struggimento, un’occulta mescolanza sorretta da un imponente drumming di base. Moorgänger possiede il dinamismo di un poco decifrabile flusso di coscienza, a volte fiacco e indolente, a volte deciso e vertiginoso. Mesta neniaLichtmess, pausa riflessiva in cui il venerabile timbro di una voce grave e pulita ben si combina al nitido susseguirsi di una serie di tenebrosi arpeggi inneggianti al nulla cosmico. Il tutto si conclude con l’eccellente Sól, l’impegnativa title-track che, con un’ultima illusione, chiude il disco non senza lasciarci addosso il senso di un finale, immanente brivido di spettacolare grandiosità.

La produzione è semplicemente ineccepibile, specchio di un equilibrio di fondo, la cui energia sembra pulsare direttamente dal cuore ancestrale dell’universo. Ogni suono, costruito sulla base di una ponderata armonia, si amalgama con naturalezza all’intera struttura compositiva: una perfezione, insomma, la cui essenza è costituita da una quanto mai pura tendenza alla moderazione.

Cosa, dunque, concludere di Sól? Tutto e il contrario di tutto, un intricato e affascinante labirinto mentale che, sorretto dalla più pia devozione alle viscere della madre terra, ne ripropone l’agitato battito, pagana celebrazione di un creato che, tanto sublime quanto ostile, trasuda solennità, meraviglia e orrore. Significativa, inoltre, la non casuale scelta della lingua madre per le lyrics, elemento che impreziosisce il songwriting di quell’imprescindibile identità culturale sulla quale si fondano le radici di un’essenza. Un’opera di tutto rispetto, quindi, la cui più adeguata chiave di lettura è fornita dai continui ascolti che, lungi dall’annoiare, arricchiscono piuttosto il mosaico di sempre nuove tessere. Giudizio finale? La raffinatezza insita nella più radicata genesi di Sól, lo rende un prodotto che, pur non da tutti fruibile, rimane senz’altro di pregio e, nonostante la presenza di qualche trascurabile macchia di fondo (più che altro dovuta alla natura stessa caratterizzante un componimento di così ampio respiro), l’opus si eleva non poco da quel ben più ordinario contesto musicale di genere. Consigliato, perciò, senza dubbio nella versione completa, a tutti i più impavidi esploratori dell’oltre.

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