Jaldaboath – The Further Adventures…

Jaldaboath – The Further Adventures…

2014 – full-length – D.T.M. Productions

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Grand Master Jaldaboath: voce, chitarra, tastiera – Sir Bodrik: basso – The Mad Monk: batteria

Tracklist: 1. Roland The Father – 2. Warrior Monks Of Whitehawk – 3. The Bitch Of Chiselhurst – 4. Raise The Crummhorns – 5. The Wailing Witch Of Moulsecoomb – 6. Black Metal Beauty – 7. Dex The Whispering Dwarf – 8. Father Pig – 9. J Team

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Ho finito di leggere il romanzo Le avventure di Robin Hood di Joseph Walker McSpadden poche ore fa e mi sento ancora uno dei personaggi che popolano l’affascinante foresta di Sherwood. Gli inglesi Jaldaboath, al secondo disco dopo The Rise Of Heraldic Beasts del 2010, sono una buona colonna sonora per le avventure del fuorilegge che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Niente violini o soavi flauti, ne ritmi da ballare al chiaro di luna, ma tanto Hammering Heraldic Metal, o Crusader-core, a seconda delle preferenze, ma per comodità lo etichetteremo come Medieval Templar Metal. Bisogna dirlo, anche se pare piuttosto chiaro: la band dell’East Sussex, zona nota, rimandendo in tema storico, per l’importante battaglia di Hastings del 1066, è da prendere così com’è, ovvero ironica e incline alla risata, decisamente lontana dal mondo folk metal per una lunga serie di motivi ma che, se da qualche parte vanno inseriti, beh quel posto è proprio il folk metal. Chiaramente non ci sono testi epici o leggende tramandate dal vento, ma tanto humor e una buona dose di heavy metal con melodie interpretate da chiarine e trombe. Gruppi tendenti al demenziale ce ne sono pochi e spesso vengono visti come dei “fratelli stupidi, ma divertenti”. La musica degli inglesi, però, è tutt’altro che una semplice colonna sonora per i testi grotteschi e provocatori. Come vedremo a breve, non mancano spunti sorprendenti, citazioni degli anni ’80 e qualche attimo di sano r’n’r.

Il primo minuto dell’opener Roland The Father, in realtà, mette il dubbio che gli Jaldaboath siano diventati un gruppo “normale”, ma passata la schitarrata cupa e quei cori inquietanti ecco comparire il classico sound del power trio: musichette medievali degne di un b-movie anni di trenta anni fa e la sgraziata voce di Grand Master Jaldaboath sono sempre al loro posto, quindi l’ascolto può proseguire tranquillamente. Warrior Monks Of Whitehawk vede canti gregoriani (con la presenza di Christopher Bowes, frontman degli Alestorm) e melodie di flauto e violino molto ben fatte con il tempo dettato dal battito di mani (!!!) per quasi tutta la canzone. Il terzo inno è The Bitch Of Chiselhurst Caves: anche in questo caso gli strumenti tradizionali (rigorosamente campionati) sono fondamentali, con il ritornello che rappresenta il momento migliore della composizione. Raise The Crummhorns, dal testo particolarmente divertente, presenta un richiamo agli anni ’80 (ma il disco ne è pieno…), mentre con la successiva The Wailing Witch Of Moulsecoomb non ci sono dubbi: ad essere scimmiottata è Enter Sandman dei Metallica. Tempo a battito di mani e riff doppiati da trombette sono il minimo che ci si possa aspettare, ma il ritornello è davvero ben fatto, come del resto il nuovo arrangiamento di un classico dell’heavy metal.

The wailing Witch of Moulsecoombe!
Her reign is ending soon, we’re coming to get you!
The wailing Witch of Moulsecoombe!
But if you’re a sinner,
she’ll eat you for dinner…

Dex The Whispering Dwarf si può dividere in due parti: la prima è The Trooper degli Iron Maiden suonata alla maniera degli Jaldaboath, la seconda, invece, un terribile susseguirsi si rumori di natura umana su una base vagamente progressiva e retrò. Father Pig è un brano allegro e movimentato, molto rock’n’roll come attitudine (viene spontaneo muovere le spalle e battere il piedino a tempo) e con una marea di grugniti di vario genere. Il disco arriva alla conclusione con la canzone J Team (dove la melodia principale altro non è che il tema della sigla del telefilm di culto “A-Team”), durante la quale viene narrata la storia di questo impavido gruppo di cavalieri/musicisti:

In 1314, an order of troubadour knights were sent to Merlan by a military court for a crime they didn’t commit. These men promptly escaped from a maximum security stockade to the UK Metal underground. Today, still wanted by the Pope, they survive as minstrels of fortune. If you have a problem, if no one else can help, and if you can find them – maybe you can hire: Jaldaboath.

Con un disco del genere gli aspetti extra musicali sono decisamente meno importanti del solito, ma è giusto spendere qualche parola sulla produzione. I suoni sono grassi e puliti, gli strumenti ben bilanciati e il sound del disco è potente e corposo, sicuramente un bel passo in avanti rispetto al lavoro svolto per il debutto.

The Further Adventures… (pubblicato il 1 gennaio) è un album molto più maturo rispetto a The Rise Of Heraldic Beasts, ma gli Jaldaboath hanno tutt’altro che perso l’ironia e l’attitudine scanzonata, anzi, con il songwriting di buon livello l’effetto spiazzante che riescono a creare è ancora maggiore e migliore. Facile che in molti li possano liquidare dopo un ascolto sommario, ma possibile anche trovare persone che per quaranta minuti hanno voglia di metter da parte folklore e serietà a favore di un cd nel quale a regnare è l’ironia. Ottimo sottofondo per romanzi storici ambientati nell’Inghilterra del XIII secolo e, con volume decisamente più alto, da ascoltare in fedele compagnia di una bella pinta di sidro.

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