Bathory – Blood Fire Death

Bathory – Blood Fire Death

1988 – full-length – Black Mark Productiones

VOTO: CAPOLAVORORecensore: Persephone

Formazione: Quorthon: voce, chitarra – Kothaar : bassoVvornth: batteria

Tracklist: 1. Odens Ride Over Nordland – 2. A Fine Day To Die3. The Golden Walls Of Heaven – 4. Pace ʼTill Death – 5. Holocaust – 6. For All Those Who Died – 7. Dies Irae – 8. Blood Fire Death – 9. Outro

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Sangue, Fuoco, Morte e i ricordi di ciò che un tempo eravamo. Una notte senza stelle e l’immortale voracità di una selvaggia caccia notturna. Odino guida la nordica cavalcata di Asgard e i Bathory ne compongono la sua più temibile sinfonia. Sotto il segno di Blood Fire Death sorge l’alba di una nuova attitudine musicale, quella che nel successivo Hammerheart galopperà intrepida sino ai più sacri cancelli del Valhalla, prendendo il fiero nome di viking metal, creazione indiscussa del mai abbastanza compianto genio artistico del defunto Quorthon.

Non so quanti anni siano ormai trascorsi, eravamo ragazzini su un sentiero di montagna e il disco ci era arrivato da qualcuno di cui ora non rammento neanche più il nome. Farneticavamo di Nord e musica estrema e le giornate non erano che un soffio alla ricerca della vita e di una tanto anelata quanto impossibile eternità. La copertina mi giunse allo sguardo in tutta la sua più intensa passione: una maestosa opera del pittore romantico norvegese Peter Nicolai Arbo, Åsgårdsreien il suo titolo, dipinta nel 1872. Odens Ride Over Nordland, la strumentale traccia d’apertura dell’opus, diede corpo al travolgente universo di suggestioni racchiuso in quella così evocativa immagine. Lo sferzante tocco dei venti avversi e l’eco dei nitriti in lontananza si fonde, infatti, in un possente crescendo atmosferico che ancora oggi mi raggela il sangue nelle vene, un misto di atavico terrore ed estatica frenesia, la gloria del fuoco, del ghiaccio e di un tempo che fu. Da brividi anche l’avvincente intro acustica dell’immensa A Fine Day To Die: degno preludio alla battaglia che divampa, ruvida distorsione che incalza sino a invocar la morte. Die, die, die è il grido che ancora riecheggia nell’aere prima che la devastante tempesta di The Golden Walls Of Heaven ci scuota le pavide budella: un’inesorabile assalto di incontenibile razzia sonora che, incattivita dal grezzo ringhio di Quorthon, tutto deturpa, stupra e distrugge. Le velleità anticristiane da sempre professate dal nostro appaiono, inoltre, ben manifeste negli acrostici inseriti sia nel pezzo in questione (SATAN) che nel settimo Dies Irae (CHRIST THE BASTARD SON OF HEAVEN). Con la malvagia Pace ʼTill Death e la seguente Holocaust, un po’ meno tirata, ma parimenti putrida, le grida di Quorthon innalzano cupi scenari di guerra e desolazione. L’anima pagana ritorna, invece, a far capolino nella più cadenzata For All Those Who Died, le cui barbare urla mai si stancano di imprecare contro i turpi massacri compiuti all’ombra di un’empia croce di bestialità. Neppure le fiamme hanno smesso di crepitare che già s’appressa la cruda carneficina di Dies Irae, laddove l’incontrollata foga di un cruento macello si rallenta in una più sommessa marcia di sottile ferocia. Ed è ormai tempo per gli epici pigli di Blood Fire Death, l’ultimo, squarciante grido di Quorthon destinato a tessere la materia di ciò che è ora leggenda, un capolavoro di furia e orgoglio nordico, la cui ispirazione parrebbe provenire dallo stesso, fragoroso schianto del martello del dio del tuono:

Blood Fire Death

Children of all slaves
Unite be proud
Rise out of darkness and pain

A chariot of thunder and gold
Will come loud
And a warrior of thunder and rain

With hair as white as snow
Hammer of steel
To set you free of your chains

And to lead you all
Where horses run free
And the souls of the ancient ones reign

Outro: un rimbombar di pelli ed è ora per l’impresa di svanire: mantenga il coraggio colui che si risveglia.

Registrato presso l’Heavenshore Studio di Stoccolma, prodotto dallo stesso Quorthon in compagnia di Boss, e masterizzato presso i CBS Studios di Londra, Blood Fire Death è un album di transizione che, pur mantenendo l’aspra efferatezza del black dei primordi e uno sguardo sempre proteso ai veloci impeti di derivazione thrash, non teme di addentrarsi nei nuovi territori che presto costituiranno la radice del viking, un’imponente lezione di epica che da sempre marchia a fuoco la storia del metal di stampo nordico.

Non so quanti anni siano ormai trascorsi, eravamo ragazzini su un sentiero di montagna e il disco ci era arrivato da qualcuno di cui ora non rammento neanche più il nome. Da principio ostici, gli sgraziati latrati di Quorthon ci spalancarono le porte ai sentieri dell’estremo, una dionisiaca pulsione verso il clangore della battaglia, quel luogo in cui potente la terra continua a esalare aromi frammisti di sangue, fuoco e morte. Alzo gli occhi al cielo, sorge un sole rosso, la caccia di Odino non è ancora conclusa e massiccio si leva verso l’alto un ultimo, commosso saluto a quell’uomo, il cui spirito visse da indomito guerriero:

Westu hàl. Ferðu, Quorthon, Ferðu.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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