Intervista: Ilienses

Quella che segue è una lunga e a dir poco interessante chiacchierata con gli Ilienses, realtà sarda che con il secondo lavoro Jae si è fatta largo nella scena folk (e non solo) grazie a musica eccellente e una sincera passione per la loro terra natale, la Sardegna. Tra insoliti strumenti costruiti a mano, tradizioni e racconti, la Barbagia trova la luce dei riflettori: lascio la parola a Mauro e Natascia, nostri Cicerone in questo viaggio nel folklore dell’ “isola felice”, per citare Plinio il Vecchio.

Partiamo dall’inizio: quando e come avete deciso di dar vita al progetto Ilienses?

Ciao Fabrizio, un saluto a tutti i lettori di Mister Folk e grazie per lo spazio che ci dedichi. Ilienses è nato formalmente nel 2017 quando abbiamo iniziato a sperimentare con gli strumenti tradizionali della Sardegna combinandoli con le influenze musicali che ci hanno formato e che più ci piacciono. Possiamo dire però che negli anni precedenti si parlava già di creare qualcosa che prendesse spunto dalla tradizione, rivedendola a modo nostro. Abbiamo fatto decantare le idee per un po’ di tempo e in seguito abbiamo mosso i primi passi attraverso la ricerca e lo studio, con l’intento di addentrarci maggiormente nel passato e nel presente della nostra tradizione, cercando di viverla, a tratti in maniera intima e familiare mentre in altri momenti con assoluto distacco, per capire il valore e il significato di pratiche e riti che ancora resistono nei nostri piccoli borghi. Questo è un aspetto che consideriamo “sacro” all’interno di Ilienses, il modo in cui trattiamo la tradizione deriva sempre da una ricerca e da un senso che è giunto sino a noi per mezzo dei nostri antenati, perciò il nostro obiettivo sin dal principio è stato quello di far emergere questo ricco patrimonio culturale, cercando di preservare il suo assetto originale, per quanto possibile, creando e ricercando un dialogo musicale con attenzione e rispetto.

Jae mi ha stupito e travolto con gli ascolti, un po’ come la prima volta che ascoltai Runaljod – gap var Ginnunga dei Wardruna. Quali pensate siano le caratteristiche che rendono Jae così coinvolgente?

Grazie Fabrizio, siamo felici che Jae abbia suscitato in te queste emozioni, hai addirittura scomodato i Wardruna! Ne siamo onorati! Non vogliamo avanzare ipotesi presuntuose, assolutamente, crediamo che il pubblico o chi ci ascolta debba avere la libertà e il piacere di interpretare la nostra musica attraverso una propria esperienza personale, però al di là di questo, pensiamo che la caratteristica principale sia data dal timbro sonoro generato dall’organico strumentale. Ogni nuovo brano nasce con una scelta ben precisa e con strumenti che non potranno nemmeno essere riprodotti in maniera identica nel futuro, nel senso che qualcosa nel suono cambierà sempre, ad ogni nuova costruzione. Oltre questo si tratta di suoni che da noi, in Barbagia, costituiscono un paesaggio sonoro vero e proprio, facilmente riconoscibile soprattutto durante i riti del Carrasecare (non usiamo il termine Carnevale volutamente), in cui campanacci, tamburi, flauti (pipiolos), corni ecc. accompagnano quel periodo dell’anno.

Abbiamo nominato i Wardruna, e forse sarete un po’ stufi di sentirvi paragonati a loro e agli Heilung. Quali sono i vostri rapporti con queste due band e quali sono i gruppi che vi hanno fatto dire “sì, iniziamo questa avventura”?

Questa è una bella domanda! Sicuramente i Wardruna hanno dato un enorme contributo a questo genere, segnando tappe importanti attraverso la loro ricerca e la concezione di arte e tradizione. Hanno contribuito a formalizzare uno stile musicale e hanno trattato parte di quegli elementi in maniera diversa contribuendo ad arricchire il panorama stilistico. Tra i nostri ascolti e le nostre influenze c’è sempre stata molta musica, abbiamo attraversato e attraversiamo costantemente diverse correnti stilistiche sia dal punto di vista degli ascolti che dell’esecuzione, creando altra musica e suonando in altri progetti diversi che possono spaziare dal jazz al black metal, non abbiamo pregiudizi di genere. I Wardruna entrarono a far parte dei nostri ascolti molti anni fa, per via dei Gorgoroth, band che arrivò a noi in un momento musicale più incentrato sul metal, mentre gli Heilung li abbiamo scoperti esattamente poco dopo la pubblicazione del nostro primo disco, Civitates Barbariae. Sappiamo che qualcuno non ci crederà ma è andata per davvero così! Solamente dopo ci siamo sentiti affini e in linea con lo stile e il messaggio proposto dagli Heilung. Il nostro rapporto con questo genere musicale o con chi ci ha preceduto è stato di assoluto rispetto e ammirazione, per essere riusciti a creare qualcosa di fortemente influente per questo genere, anche nei confronti delle generazioni future e di chi vorrà approfondire la storia del proprio luogo di origine. Crediamo sia prima di tutto una musica che nasce dalla ricerca e dall’esperienza diretta con le tradizioni del mondo, perciò il nostro intento, come pensiamo sia stato anche per le band che ci hanno preceduto, è quello di cercare la nostra autenticità attraverso la nostra storia, la nostra cultura e la nostra lingua, andando a ricercare quali siano stati i contatti con gli altri popoli dell’epoca e le possibili influenze reciproche tramandate nei secoli. Come in ogni altro genere musicale, la composizione viene influenzata da altre idee e soprattutto è la matrice principale che determina uno stile musicale come è naturale che sia ed è così da sempre, ma ci teniamo a dire che non vogliamo percorrere sentieri già battuti da altri.

Jae arriva a quattro anni dal debutto Civitates Barbariae e ascoltando i due lavori si trovano subito delle differenze sostanziali nel sound. Tra strumentazione e scelte stilistiche sono cambiate molte cose: volete parlarci del debutto e del percorso che avete fatto per arrivare a Jae?

Il racconto sviluppato in Civitates Barbariae è principalmente qualcosa di più sperimentale in cui una grossa fetta delle nostre influenze musicali ha incontrato la tradizione. È come se si fossero sonorizzate diverse sfaccettature di ciò che avevamo assimilato in quel momento. Arrivavamo da un periodo molto più vicino al prog e alle nuove proposte jazzistiche e abbiamo pensato che ci fossero dei punti di contatto con la Sardegna e la Barbagia. Oltretutto in Civitates Barbariae c’è il contributo di altri musicisti: ad esempio piano e batteria hanno contribuito a rendere il tutto ancora più indefinito. Sappiamo che non c’è una direzione ben precisa nel nostro primo album, anche se si percepisce l’attitudine folk e dark, ma lo consideriamo anche come un discorso che non si è ancora chiuso e che talvolta anche noi vorremmo capire meglio. Jae arriva in un momento diverso, musicalmente ma anche umanamente. È un lavoro che ha preso forma in maniera spontanea, dando più importanza al suono delle pietre di “S’iscrithola”, di “Castrulongu” o del vento di Punta Muggianeddu (toponimi di luoghi nei dintorni dei nostri paesi) rispetto alle influenze musicali. L’album si porta dentro anche la solitudine e l’isolamento ancora più accentuato del periodo post Covid, in cui le nostre vite sono state condotte principalmente nelle campagne del paese, svolgendo anche lavori agricoli legati alla coltivazione di erbe, poiché io (Natascia) sono anche una studiosa di piante officinali. Infine anche una serie di eventi drammatici personali hanno segnato il periodo di creazione di Jae ed è per questo che pensiamo non possa esistere un altro album come questo, perlomeno per quanto riguarda la sua singolarità e il bagaglio che si è portato dietro.

In Civitates Barbariae cantavate anche in italiano, mentre ora domina la vostra lingua. Nel corso degli anni vi siete resi conto di voler utilizzare solamente la vostra lingua? In caso, da dove nasce questa necessità?

Ci sono dei motivi precisi sulla scelta della lingua in entrambi i lavori. L’italiano di Civitates Barbariae è dato principalmente dal fatto che le due frasi utilizzate si trovano alle estremità del racconto, come a voler indicare l’ingresso e l’uscita da un mondo sconosciuto dove consentiamo l’accesso anche a chi la nostra lingua non la comprende. Si tratta comunque di frasi molto potenti, che descrivono determinati momenti storici della Sardegna e che sono state scritte in italiano per tanti motivi. Abbiamo voluto rispettare la scelta degli autori originali non azzardando traduzioni col sardo che avrebbero potuto alterarne il senso. In generale non siamo quasi mai d’accordo sulle traduzioni da una lingua all’altra, a meno che non si tratti di un lavoro utile alla spiegazione. Jae, come dicevamo, ha un diverso rapporto con la terra e con la nostra intimità, non poteva che essere esclusivamente in lingua madre. Dal nostro punto di vista però in entrambi i casi si parla della Sardegna, si raccontano avvenimenti del passato e leggende e si portano avanti delle idee il più delle volte” in limba”, perché il nostro sardo (Gavoese e Tonarese, dati i nostri luoghi di origine Gavoi e Tonara) ha un suono che è riuscito a dialogare con la nostra musica. Ci sono molte opere comunque sia legate alla Sardegna che sono state scritte in italiano e che assolutamente hanno una potenza artistica in questa formula ! Un esempio? Sebastiano Satta in “Canti barbaricini”.

Come siete giunti a Masked Dead Records?

Si è trattato di una combinazione casuale di fatti. Alcune band che conosciamo erano già nel roster dell’etichetta, abbiamo dunque preso contatti con Matteo Antonelli e Denis Bonetti che ci sono piaciuti subito per la loro competenza e professionalità. Ci è sembrata una realtà interessante, e dopo qualche mese da che loro hanno vagliato il nostro lavoro musicale fortunatamente è nato un percorso insieme. E per questa opportunità, che riconosciamo non capita proprio a tutti, gli saremo eternamente grati.

In quale modo sono nate le canzoni del nuovo disco?

Dilungandoci e forse divagando un po’, abbiamo in parte parlato di questo aspetto in una domanda precedente riguardante l’album Jae. Abbiamo dato spazio ad un approfondimento più dettagliato nella produzione dei brani, che per il secondo album è avvenuta completamente nel nostro studio e con delle tempistiche molto più distese, dando spazio soprattutto all’ispirazione del momento e alle giornate (o nottate) in cui tutto sembrava funzionare meglio. Dopo Civitates Barbariae siamo riusciti a realizzare il nostro studio di produzione ‘Ili Music Studio’ e dunque ci siamo occupati anche del mix e del master. Durante il lavoro abbiamo dovuto maneggiare con voci “a Tenore” e strumenti antichi che non sono nati per essere sottoposti ad un trattamento di mixaggio, a riconferma della teoria che per raggiungere il miglior risultato in questo senso occorre conoscere bene il timbro, la natura degli strumenti e avere le idee ben chiare sul risultato che si vuole ottenere.

C’è, per voi, una canzone che può rappresentare al meglio l’intero disco?

Indubbiamente Jae, la title-track. Jae ha una natura e un’impronta diversa rispetto agli altri pezzi. Inizia questo viaggio con una poesia di Remundu Piras, un poeta sardo. In realtà il testo utilizzato è una “Moda” (“Sa Moda” nella poesia sarda è un componimento che si distingue per la sua struttura metrica, che prevede la ripetizione di versi con rime intrecciate). In quest’opera il poeta descrive l’ansia di conoscenza dell’uomo che sfocia spesso in prevaricazione su tutto: sulla vita, sulla morte, sul cielo e persino sugli abissi. È una visione che sempre di più rispecchia il modo di vivere e abitare questa Terra dell’uomo nel nostro tempo.

La grafica gioca un ruolo importante e trovo il libretto “completo” e affascinante. Credo che ci sia stato un lavoro specifico e che la scelta delle immagini non sia casuale e ogni foto abbia un significato. È così?

Assolutamente sì! Tutto il lavoro grafico si è sviluppato attorno alla figura di “Sa Filonzana” che si ricollega e si contrappone al contenuto poetico di Jae. Si tratta di una delle figure del Carnevale sardo di Ottana, un paese a pochi chilometri dal nostro, che tesse il filo della vita e in qualche modo ci ricorda la fondamentale importanza dell’esistenza e il limite che non ci è consentito superare e oltre il quale, se si supera, potremmo essere penalizzati con la morte, poiché Sa Filonzana porta con sé anche un paio di forbici che per l’appunto, se lei decide, possono tagliare questo filo bruscamente. Tutte le foto sono di Gianfranco Delussu e l’intero lavoro grafico con le traduzione in inglese presenti all’interno del booklet sono di Arturo Grieco che ha lavorato insieme a me (Natascia) per la realizzazione.

Ho letto che gli strumenti sono tutti artigianali: volete fare una carrellata sulla strumentazione, in particolare su quegli strumenti meno conosciuti?

Entrambi siamo sempre stati molto vicini alla musica tradizionale, talvolta con più aderenza alle varie manifestazioni del folk sardo e altre vivendola in totale riservatezza, magari ascoltando i nostri nonni che cantavano a Tenore o leggevano delle poesie oppure con i nostri genitori, e in questo fermento folklorico interiorizzi il timbro sonoro della tua terra.

Mauro: mio padre costruiva strumenti tradizionali in casa, soprattutto Tumbarinos, (i nostri tamburi) e siamo partiti dall’utilizzo di questi, provando a sperimentare e capirne il suono, rispettandolo. Al momento Gavoi detiene un patrimonio musicale in termini di strumenti antichi, ancora attivo e in uso durante i festeggiamenti della comunità, soprattutto il Carnevale. Parallelamente Tonara è il paese che con i campanacci dà vita al passeggio sonoro più tipico della Barbagia, non esiste Carrasecare senza il tipico suono di “sonaggios e piottolos”. Mio padre mi insegnò a realizzare i tamburi e dopo questo primo passo abbiamo provato a realizzarne un’altra serie. Tra i più particolari possiamo citare “Su Tumborro”, simile ad un Berimbao brasiliano come forma ma caratterizzato da una vescica di maiale come cassa di risonanza. Oppure “Su Trimpanu”, un tamburo a frizione in grado di produrre una sorta di cupo muggito. Anticamente venne proibita la costruzione in quanto risultò molto irritante per alcuni animali, e fu utilizzato dai banditi per disarcionare i Carabinieri che si spostavano a cavallo.

Il disco ha riscosso un buon successo, ho letto solamente cose positive e anche le vendite, pur in un campo di nicchia, mi pare siano andate bene. Vi aspettavate una risposta del genere?

Si, siamo contenti del risultato e sinceramente non sapevamo cosa aspettarci. Sono aspetti che solitamente in una produzione devono essere ponderati con obiettivi definiti. Nel nostro caso però Jae è, come abbiamo detto, un album spontaneo, veramente nato dalla polvere della terra, perciò abbiamo lasciato che le cose andassero avanti in modo naturale.

State pensando al nuovo disco? In caso, l’evoluzione degli Ilienses proseguirà come avvenuto tra i due lavori o approfondirete ulteriormente in campo dark folk?

Dunque si, stiamo pensando e già lavorando al nuovo disco ma abitualmente, come musicisti, non amiamo essere troppo “stanziali” su uno stile. Negli ultimi mesi abbiamo portato avanti una serie di ricerche in Sardegna che probabilmente andranno ad identificare il nuovo lavoro. Dark folk sì, ma possiamo intenderlo in tanti modi e certamente questo non aiuta immediatamente la fruizione del prodotto soprattutto tra un pubblico che vuole sentire i connotati del dark folk “stile nordico”. La nostra idea è che ci sia sempre di più il bisogno di identificarci in qualcosa di personale e questo riguarda non solo la musica ma anche la cultura e la tradizione, per aprire l’ascolto di ciò che produciamo al resto del mondo.

Com’è la scena sarda? C’è collaborazione tra i gruppi oppure ognuno pensa ai fatti propri? Ci nominate altre band che secondo voi sono meritevoli di essere conosciute?

Il rapporto musicisti/abitanti/qualità musicale in Sardegna riteniamo sia abbastanza buona e in crescita, soprattutto negli ultimi anni. Si hanno spesso buoni rapporti e stiamo assistendo alla nascita di tante produzioni in cui si sente il richiamo alla tradizione, si parla di svariati generi musicali legati soprattutto all’elettronica e il tutto è molto interessante. Il dark folk inteso come trattamento e utilizzo di strumenti tradizionali uniti a determinate tematiche storico/culturali, lingua ecc. sembra ancora non essersi espanso abbastanza, ma ci farebbe piacere vedere il sentiero ampliarsi con la nascita di altre band oltre a Ilienses.

Grazie davvero per questa intervista! Avete tutto lo spazio per aggiungere qualsiasi cosa e concludere la chiacchierata come meglio credete.

Grazie a te Fabrizio per il prezioso spazio che ci hai dedicato. Concludiamo ringraziando tutte le persone che ci seguono e ci sostengono ascoltando la nostra musica e seguendo il sentiero che continuiamo a percorrere. Ciò che facciamo è anche un invito a scavare nel passato e nella tradizione di ogni rispettivo luogo di origine, non solo in Sardegna, affinché la memoria dei nostri avi resti viva e la loro fiamma eterna.

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