Il rapporto con gli Aexylium va avanti dal molti anni, quando un giovanissimo gruppo folk metal lombardo mi inviò un EP nel 2016. Da allora ho sempre seguito con grande interesse il percorso musicale della band varesotta, la quale ha realizzato tre full-length di qualità crescente, incluso l’ultimo, incredibile, Myth Of Mankind. L’album è talmente bello che non si poteva non organizzare un incontro tramite Zoom, che è presto diventato una chiacchierata tra amici, con al centro dell’attenzione, chiaramente, l’ultimo album. Per quasi due ore Arianna Bellinaso (voce) e Gabriele Cacocciola (basso) hanno risposto alle mie domande, spalancando le porte del mondo degli Aexylium a tutti gli amanti della buona musica.

Iniziamo parlando del nuovo disco.
G: il nuovo disco è uscito da poco, è stato un susseguirsi di eventi perché volevamo farlo uscire prima solo che ci siamo presi dei mesi extra per definirlo meglio, erano un po’ di anni che non facevamo uscire un disco e volevamo discostarci un po’ da quello che è la mitologia che ci ha spinto a far nascere il progetto col primo lavoro, ci siamo un po’ allontanati col secondo e adesso abbiamo preso una deriva più metal e meno legato alla tematica folk. Questo è stato un lavoro molto interessate e molto difficile. Credo sia stato il disco più difficile tra quelli che abbiamo fatto, da tutti i punti di vista, compreso quello compositivo, trovando poi il corretto sound. Per me è il migliore in tutto, a partire dalle canzoni che le trovo attuali come sound, abbiamo un brano in italiano che è il mio preferito dell’album; mi piace la deriva che ha preso questo nuovo cd.
A: ci tengo a dire che questo non significa un tradimento verso il folk perché comunque la strumentazione e il sound viene da lì, ma è un mischiarsi e un creare… “futuro antico” per utilizzare un termine che adoro usare, questa unione di strumentazione moderna e sonorità arcaiche. Nell’album ci sono molto meno testi riguardanti il folk e la mitologia, ma non vengono traditi. Anzi, se si prende un testo come quello che ha scritto Sam di Into Oblivion, viene utilizzato non solo per raccontare il mito, ma come parabola, una parabola sull’alzheimer attraverso il mito di Odino e dei suoi due corvi, quindi non è semplicemente come fanno molte band folk metal che suonano una storia, noi usiamo una storia per raccontare qualcosa e spingere la persona che ci ascolta a riflettere sul messaggio dietro a quello che è stato scritto.
Tu fai anche recitazione? Te lo chiedo perché non stai semplicemente parlando, ma raccontando la tua band.
A: sì, ho fatto recitazione in conservatorio perché sono laureata in canto lirico e teatro musicale, quindi ho fatto proprio recitazione per il teatro musicale quando ho fatto il mio percorso in conservatorio. Lì ho ho conosciuto Leandro Pessina (il violinista della band, ndMF) che mi ha trascinato dentro al progetto.
G: infatti un grande distinguo di questo album è l’importante presenza di Arianna nelle parti cantate, nella recitazione che ci mette nell’impersonare queste canzoni non solo su cd, ma anche sul palco. Nel secondo disco era una presenza guest in alcuni brani, ora è diventata una componente molto importante e lo sarà anche nel prossimo lavoro.
Abbiamo parlato della voce, quindi direi di fare una presentazione dei nuovi arrivati alla batteria e al microfono.
A: Sam ha arricchito con la sua vocalità, avendo anche lui un comparto recitativo, oltre che canoro, ha creato un equilibrio bellissimo con la mia voce. Unire la mia vocalità nata dalla lirica alla sua nata dal metal più old school, dà una varietà di colori in più. Non è che nell’album precedente mancasse, nei brani ai quali ho collaborati si erano create delle belle sfumature, ma con l’arrivo di Sam credo che si siano aggiunte delle sfumature alla nostra tavolozza, più scure e introspettive, ma non vuol dire che non ci siano più quelle leggere presenti negli album precedenti, ma ora c’è più varietà di colore.
Si nota che non è il classico growl o scream, ma ci sono molte sfumature nel mezzo. Al punto che a volte ho pensato ci fosse un guest per qualche brano.
A: credo che un pezzo che rappresenti maggiormente questa sua capacità è Myth Of Mankind: ricordo che quando ascoltai per la prima volta in studio di registrazione quando passava da quel pulito quasi marylinmansiano – passatemi il termine – a quel growl così dark… ha una voce davvero molto eclettica.
G: il precedente cantante Steven aveva un growl con tecnica più secca, usava molto l’aspirato. Magari molte sfumature sui bassi erano tralasciate o fatte uscire dalla seconda o terza voce (Fabio e Stefano), mentre Sam è riuscito a raccogliere tutta la parte “bassa”.
E per la batteria?
G: c’è stato un miglioramento dinamico e forse anche timbrico. Alberto ha sicuramente dato il suo contributo: alcuni degli intro, ad esempio The Queen e Myth Of Mankind sono farina del suo sacco. Ha dato anche una caratteristica di grezzo nel senso di old school che a me piace molto nelle ritmiche. La gran cassa, molto fitta e dritta in certi passaggi, non ha problemi a riproporla in sede live con le stesse dinamiche del cd. La batteria è una delle caratteristiche che differenzia questo cd dagli altri e lo porta in avanti.
Si dice che il terzo disco sia quello della maturità: è così anche per voi?
A: sì, senza ombra di dubbio! Ma lascio parlare Gabry che è il lato storico della band!
G: io la sapevo diversa: Caparezza diceva “il secondo album è quello importante nella carriera dell’artista”. Caspita, per noi il secondo disco è stato difficile, ma il terzo molto difficile! Sotto tutti i punti di vista direi che sì, il terzo disco è quello della maturità. Con il terzo abbiamo cercato di superare quella soglia che all’inizio non si pensava di raggiungere. Spero che il quarto si vada ancora più in là!
Un’evoluzione? Un rafforzamento? Lo so che è presto per parlare del quarto album…
G: evoluzione, mettiamola così.
Quindi l’idea è di progredire verso qualcosa che vi ispira.
G: sì, trovare un’idea comune e lavorarci insieme. I primi dischi erano un melting pot folk metal con sfumature un po’ sinfoniche, un po’ grezze volendo. Adesso c’è una traccia comune e si riesce a creare un qualcosa di più solido e compatto.
Ho in mano il libretto del cd. Faccio molta attenzione all’aspetto estetico di un cd perché mi piace, qui dietro a me (l’intervista è avvenuta tramite Zoom, ndMF) ci sono 1300 cd perché è una mia passione. Avete sempre avuto cura per i booklet e le copertine: quando ho avuto il cd fisico di Myth Of Mankind ho pensato “wow che copertina!” e poi sfogliando il libretto mi sono proprio gasato perché le immagini, i font, i colori, i dettagli… tutto perfetto! Come è nata l’idea dell’artwork, se ha un legame con i testi, come si è svolto il lavoro e come vi siete trovati a lavorare con un guru della grafica come Gustavo Sezes.
G: l’artwork è stato un motivo di confronto tra me e Fabio (Buzzago, chitarrista della band, ndMF), che è la mente creativa del gruppo. Lui voleva qualcosa di alta qualità, io invece preferivo un lavoro minimalista, per me sarebbe stata un’immagine monocromatica non tanto dettagliata. Lui ha invece voluto spingere per una cosa d’impatto e si è rivelata la cosa migliore e ha fatto una ricerca molto scrupolosa nel trovare quello che poteva essere il meglio e presentare un album in toto “maturo” in grado di competere con quelli dei gruppi che stanno su major. Ha deciso per Sezes, con l’immagine principale che l’abbiamo scelta insieme per quello che poteva rappresentare il mood dell’album e la title-track in particolare. Sicuramente è stato un bel lavoro che si è rivelato valido per quello che è stato l’investimento dell’artwork che poi siamo riusciti a riprodurre anche per le grafiche sul palco.
L’idea di cambiare colore predominante ad ogni album è voluta o è venuta fuori casualmente?
G: una cosa così netta non era intenzionale, abbiamo sempre scelto quello che ci piaceva e che ci trasmetteva l’album. Adesso che c’è uno storico di tre cd capisco che possa sembrare una cosa studiata, ma non è così.
A: una cosa che va detta a proposito dell’illustrazione è che un contributo va riconosciuto a Leandro (Pessina, flauto e mandolino, ndMF) per il suggerimento della persona – il piccolo eremita direi, da appassionata delle carte di tarocchi –, che ha dato il reference al titolo e si può anche notare che quest’album ha colori più tenui che richiamano il primo cd, e la cosa può essere vista come un nuovo inizio, un’inconscia chiave di lettura in un certo senso.
G: Arianna ha le parole giuste per tutte le situazioni!
Il disco è uscito anche in Giappone: complimenti! Di sicuro è un bel traguardo, come si è creata questa situazione?
G: una sorpresa, molto velocemente. Il lavoro dietro le quinte di Fabio insieme a Roberto della Rockshots (l’etichetta che ha pubblicato il cd) di sponsorizzare quanto più possibile l’album verso l’estremo oriente – cosa che avevamo fatto anche con gli altri. Nell’ultimo mese (l’intervista è dello scorso novembre, ndMF) è arrivata l’intenzione di stampare e distribuire l’album anche in Giappone: è stata una bella sorpresa, non ci era mai successo prima.
A: so che il pubblico giapponese è pazzesco! È la cultura lì, posso dirlo perché l’ho visto anche in altri generi come la musica classica, hanno proprio un concetto di rispetto e supporto non “caciarone”, ma molto distante dal concetto europeo e americano, è quasi reverenziale. C’è un rispetto talmente alto per l’idea di creazione d’arte e per chi crea l’arte che con molta amarezza posso dire che sta venendo abbandonato qui in occidente. Questa è una mia opinione che vale anche per altri settori.
Parliamo delle canzoni, andiamo direttamente con le vostre preferite.
A: io ho la top 4: scelgo Northern Lights e una tra Hexe ed Eternity perché mi piacciono entrambe molto. Forse Eternity anche se Hexe tratta di stregoneria che è un argomento che mi tocca molto, ma sia Northern Lights che Eternity trovo che ci sia un viaggio molto introspettivo, quasi un animismo più irruento. Ci sono passaggi quasi eccitati, soprattutto in alcuni passaggi di Northern Lights mentre Eternity è come quei canti che gli sciamani usano per entrare in trance, quasi un viaggio astrale, e associarlo con una parola come eternità mi piace tantissimo, come se il corpo si elevasse verso l’eternità. Infatti sul palco mi piace molto trasformarlo in un rituale e permettere al pubblico di entrare in questa sorta di rito trascendentale.
G: per me Eclissi, penso che sia la canzone più bella di tutti e tre gli album che abbiamo fatto. Mi piace proprio ascoltarla da “esterno”, come se non fosse un mio brano. L’altra è Surrender, mi piace la dinamica vocale e anche l’esecuzione intesa come “suonare e avere soddisfazione”, è quasi divertente da eseguire. L’effetto sul palco mi piace molto. Questo è il primo album dove io faccio i cori ed è una cosa bella.
A: quando la facciamo sul palco la vivo come “ora vi parliamo di noi, che siamo qui e non ci vogliamo arrendere!”. È la canzone che parla dell’energia che ci mettiamo ogni volta che saliamo sul palco e ci metto tanto cuore nel dire “non ci arrendiamo, siamo qui e crediamo in quel che facciamo!”, quando canto Surrender canto degli Aexylium!
Ho trovato interessante il potere ascoltare da parte della stessa band un pezzo come In Sorrow che è feroce, incazzatissima, e poi una Eclissi o Hexe che rappresentano il lato “romantico” del gruppo, e sentire che comunque è la stessa band che prima ti dà un cazzotto e poi ti fa i cuoricini.
A: il problema di alcune band è che sanno fare solo il lato aggressivo o quello melenso, ma l’essere umano è molto di più! Dietro il musicista c’è l’essere umano e noi abbiamo tante emozioni, da quelle aggressive alle introspettive o spirituali, c’è tutta una gamma di colori perché noi siamo fatti di una gamma di colori: non c’è il nero o il bianco, ma tutte le sfumature. Per me è importante che una band possa fare tutte le sfumature senza puntare solo sul nero o solo sul bianco. In questo modo, attraverso la varietà, credo che il pubblico possa avere modo di immedesimarsi con i nostri brani.
G: c’è da aggiungere da un punto di vista tecnico che sarebbe stato uno spreco non sfruttare le capacità canore pulite di Sam, questo ci ha permesso di essere un più eclettici a livello di atmosfera.
Come nascono le vostre canzoni?
G: la mente creativa e compositiva è Fabio fin dal giorno uno di questa band. Nella maggior parte dei casi è lui che ha l’ispirazione sia per la musica che per i testi, per quest’album io ho scritto il testo di Myth Of Mindkind, e uno anche per ogni album precedente.
A: Anche Sam ha scritto dei testi e già adesso si inizia a pensare a qualcosa per il futuro. Non siamo quel tipo di gruppo “no! Il creativo del gruppo sono io e voi dovete stare zitti!”, ognuno può proporre un testo o delle idee, Fabio è il cuore pulsante del gruppo e se siamo qui lo dobbiamo a lui e a Gabriele, ma c’è la possibilità di uno scambio di idee, un confronto, “ragazzi mi è venuta in mente questa melodia, cosa ne pensate?”. Fa molto cavalieri della tavola rotonda, perché c’è un nostro re ma tutta la tavola rotonda può dare il proprio contributo.
È difficile far parte di un gruppo?
G: avoja! (risate, nda)
A: siamo umani, è normale che sia difficile! Ognuno ha la sua personalità, la propria psicologia, le insicurezze e i propri trigger, come è difficile far parte di qualsiasi gruppo di persone, non solo musicisti. Ognuno ha le proprie idee e bagaglio personale, ma è l’amore per quel che si fa, e il dialogo è la cosa più importante: equilibrio e dialogo, senza questi due qualsiasi gruppo si sfalderebbe.
G: io non pensavo che un gruppo di otto o nove componenti fosse durato così tanto, ormai più di undici anni di attività. La band è sempre un misto di famiglia e azienda, le criticità ci sono state e ci saranno, nonostante ciò siamo arrivati a un livello di maturità da riuscire ad affrontarlo con la giusta serietà.
A: non si smette di crescere, di migliorare, di conoscerci e di cercare il punto centrale tra di noi.
Il dialogo è sempre fondamentale, perché per una parola non detta può succedere chissà cosa.
A: c’è un film italiano che dà un concetto che io trovo sia molto vero sia nelle coppie che nell’amicizia: una delle grandi cose che uno deve imparare è avere un po’ di capacità di metter via il proprio orgoglio e saper disinnescare. Disinnescare è una cosa importantissima quando si vuole vivere in un contesto sociale che sia band, coppia ecc.
Il titolo del film?
G: Perfetti sconosciuti!
Cambiamo argomento: ricordo che anni fa dalle parti vostre (Varese e Busto Arstizio più precisamente) c’era gran movimento, con la Comunità Giovanile che organizzava una marea di concerti fighissimi.
G: ci abbiamo suonato un paio di volte, ma non so se è ancora attiva. (dopo una breve ricerca ho visto che è attiva ma completamente priva di eventi interessanti, ndMF). Una data, se non sbaglio, l’abbiamo fatta con i Wind Rose.
Ah! I Wind Rose! Cosa ne pensate voi?
G: non ascolto molto il loro genere…
A: a me sembrano simpatici! Il nostro videoclip è stato fatto dal loro videomaker. Mi rendo conto che molti della “vecchia guardia” li vedano un po’ troppo caciaroni, però secondo me c’è bisogno anche di quello, di buona caciara.
G: hanno scommesso su loro stessi e la cosa ha decisamente ripagato.
Adoro i Wind Rose ma vedo che stanno sul cazzo a tanta gente e mi domando il motivo: se è perché sono molto spavaldi, o a causa del successo…
G: abbiamo iniziato a suonare quando loro hanno lasciato i loro mestieri per dedicarsi alla musica, una scommessa vinta.
Se un gruppo si impone a livello europeo il fan europeo vede di riflesso la scena madre della band con lo stesso occhio, forse. Vi ricordate che per anni ci hanno chiamato “shitaly” per l’organizzazione dei concerti? Destruction e altri gruppi non lesinavano commenti negativi su organizzatori e sale concerti. Grazie ai Wind Rose, con la loro professionalità e qualità della musica, al di là dei gusti personali, forse l’intera scena, di riflesso, può goderne. Parlando di concerti, quante difficoltà avete nell’organizzare date all’estero?
G: magari il problema siamo noi stessi che siamo i primi a non metterci in buona luce. Per la data in Francia fatta lo scorso maggio c’è da dire che è stato difficile, molto più delle date domestiche. In Germania abbiamo fatto quattro date, però ho notato che il metal italiano è spesso più apprezzato all’estero. Sarebbe bello riuscire a realizzare un vero mini tour, magari cercando di andare meno in un contesto settoriale come il folk metal, rendendosi maggiormente appetibili per altri festival non per forza folk.
A: anche il pubblico italiano conosce poco le band italiane. Penso a quanti non conoscono progetti come Ponte del Diavolo che sono quasi più conosciuti all’estero che qui.
Dopo la consacrazione all’estero se ne parla in Italia.
A: esattamente. Anche per i Messa è andato così. Prima ti devi far vedere all’estero. Ma sarebbe il caso che l’Italia spingesse i propri gruppi. Il danno più grosso che possiamo fare è l’auto sabotaggio per paura di non farcela, ed è quello il primo scoglio da superare perché è ovvio che se non sei tu il primo a crederci non funzionerà mai. Non è facile, nell’arte oggi più che mai, in nessun genere e non solo nel metal, ma se non sei il primo a crederci davvero e a non mollare non cambierà mai niente.
Quanta colpa ha il pubblico?
G: il pubblico del sud Italia ha un calore che raramente ho trovato altrove. Al nord siamo maggiormente abituati a vedere artisti importanti per via dei tour che toccano soprattutto Milano…
Però al nord c’è Malpaga che ha da sempre successo…
G: è il posto perfetto per band come noi per avere il giusto riconoscimento, una di quelle realtà che negli anni si è affermata portando sempre nomi interessanti anche internazionali. Malpaga è anche un modo per mettersi alla prova di come ci si comporta in maniera professionale. Al Druidia abbiamo chiuso la stagione estiva, pubblico spettacolare!
Mammamia che tempaccio che ha fatto (parliamo della tempesta che ha colpito la zona del festival causando non pochi danni, nda)
A: lo staff è stato grandissimo aiutando tutti gli stand e gli artigiani in pochissimo tempo. Noi abbiamo avuto la fortuna di suonare in un momento di calma, ha iniziato proprio dopo il nostro show.
Come descrivereste in poche parole la storia musicale degli Aexylium, dal primo demo a oggi?
A: evoluzione, una crescita.
G: dal giorno uno, i primi accordi, siamo arrivati a un senso di unione che prima era solo un’idea. Quindi direi “uniti” musicalmente e artisticamente.
Cosa vi piacerebbe per voi e la band in futuro?
G: questo è sempre quello che ho voluto fare fin dall’adolescenza, quindi ogni palco è meglio del precedente per come la vivo io. Che riescano gli Aexylium a entrare nelle ossa, prima di tutto di noi stessi, e poi del nostro pubblico.
A: riuscire a portare la nostra musica a più gente possibile, fuori dai confini italiani, e riuscire a trasmettere i messaggi che abbiamo, perché abbiamo ancora molto da dire. Sono molto legata alla figura del bardo, perché sostengo che chi canta, chi fa musica, non è semplicemente che fa una bella melodia, ma fa vivere una storia, è anche il motivo per cui sul palco non ci si limita a suonare e cantare, ma interpretiamo. Sogno di poter portare ancora più storie alla gente e che queste storie entrino nella pelle della gente che ci ascolta. Credo sia un pensiero comune della band.
Come vi siete avvicinati alla musica?
A: ho avuto dei genitori che amano la musica, tra cantautorato, musica classica, Crosby, Stills, Nash & Young e i Jethro Tull; la cosa più strong erano i Led Zeppelin, infatti il mio primo concerto a 12 anni è stato quello di Robert Plant sulle spalle di mio padre.
Eh, dici niente!
A: in più mia sorella è una ballerina e per me la musica ha sempre fatto parte della mia vita. Il metal è arrivato al liceo perché ho frequentato amicizie e sai, il classico “io ascolto questo” e gli facevo sentire il mio Mozart, Puccini e Verdi e loro “ sai che c’è gente che fa metal con voce lirica?” e io “cosssaaaaaa???”. Da lì mi si è aperto un mondo: Nightwish, Epica, Evanescence, Within Temptation, un mondo che univa le due facce della mia medaglia. Con i ragazzi faccio metal, ma faccio anche canto lirico, ho debuttato in un ruolo come solista. È difficile perché spesso nel metal viene visto di buon occhio il cantante lirico che sa fare anche metal, ma nel mondo dell’ambiente lirico – in Italia, perché all’estero non è così – c’è il retaggio che il cantante di musica classica si deve limitare alla classica. Scoprire un mondo dove queste due realtà si potevano fondere ed essere più vicine alla mia persona è stato meraviglioso. Al tempo stesso, nel periodo del conservatorio, è stato molto conflittuale: non perché dovessi nascondere questo mio lato, ma quasi, perché non era visto di buon occhio. Ed è un peccato perché all’estero non è così, si può fare classica e metal senza problemi. A questo si aggiunge un’altra mia grande passione, il folk, mi sono avvicinata al tipico folk irlandese, ed è stato totalizzante perché potevo mostrare le mie sfumature. Amo il concetto di sfumature nelle persone, viviamo in un’epoca in cui ci chiedono di essere o uno o l’altro, o bianco o nero, mentre noi siamo qualcosa di molto più complesso e il metal mi permette di essere questo, un qualcosa di molto più complesso.
G: suonavo l’organo in chiesa… mi ricordo che non sapevo dell’esistenza del basso, poi un giorno in terza media tutti suonavano il flauto e in due la pianola, io e la ragazza più carina della classe. Mi son detto “devo far colpo”! Aveva un giornalino, forse Cioè (rivista che negli anni ’90 e ’00 spopolava tra le adolescenti, ndMF) e c’era un’articolo sui Good Charlotte: il suo musicista preferito era il bassista. Sono andato a casa a informarmi su cosa fosse il basso, poi l’allora fidanzato di mia sorella che suonava in un gruppo punk porta a casa il suo strumento, un Fender Precision: ricordo che lo tira fuori dalla custodia e aveva il battipenna lucidissimo con le corde che si riflettevano sul battipenna. Quello è stato l’istante che ha dato la scintilla a tutto, il basso è una passione infinita che mi porto ancora dietro.
A: alle medie avevo una band con le mie amiche, suonavo la chitarra come accompagnamento. A Milano c’è il liceo del conservatorio e devi fare un’ammissione, tentai non con canto, ma con chitarra classica! Non mi dimenticherò mai, io dodicenne, bianca come un cencio dall’ansia, entro preparata dal classico insegnante di chitarra dell’oratorio, e mi chiedono “salve, chi l’ha preparata?” e io gli dico tutta orgogliosa “il mio professore!” facendo il suo nome. Mi preparo e sento loro che dicono sotto voce “chi diavolo è ‘sto professore?” e lì avevo già capito che quell’esame non l’avrei mai passato!
G: ho preso il mio primo basso nel 2010, anni dopo aver visto il basso del fidanzato di mia sorella, ho messo da parte i soldi e mi sono comprato un Epiphone Thunderbird, basso che suono ancora nei concerti.
A: qui con me ho ancora la mia prima e unica chitarra elettrica, non so manco che marca sia, ma quanto le voglio bene! Non dico mai a nessuno che strimpello la chitarra, ma ogni tanto la prendo…
G: io lo scopro adesso che sei chitarrista!
A: e ho anche studiato flauto traverso!
G: anche il flauto???
A: mi hai fatto sorridere quando hai raccontato perché hai iniziato a suonare il basso perché io ho fatto la stessa cosa per il flauto traverso. In parte perché ero super invaghita dei Jethro Tull e poi perché invaghita di quello che successivamente è diventato il mio primo fidanzato, che suonava il flautro traverso, tradendo il mio sogno che non ho mai potuto realizzare, che è suonare il violino. Quando avevo la possibilità di scegliere il violino ho scelto il flauto: capisci l’amore quante stupidaggini ti fa fare? (risate di tutti, ndMF)
G: nel mio caso il basso non mi ha portato dalla ragazza che mi piaceva.
Che belli questi racconti, così puliti e ingenui! (anche io ho raccontato un po’ di storie che però vi risparmio, nda)
G: i primi giorni degli Aexylium, eravamo in garage a provare e la prima canzone è stata Ace Of Spades dei Motorhead.
A: la prima canzone “da band” è stata What’s Up? (gran pezzo dei 4 Non Blondes, ndMF), mentre in ambito classico il primo brano che ho fatto è stato Là ci darem la mano dall’opera Don Giovanni di Mozart: è stata la prima volta che ho cantato in maniera lirica come solista, avevo 14 anni.
Ragazzi, è stata una bellissima chiacchierata, vi ringrazio tanto!
G: ci vediamo con i nuovi lavori, sarà un bell’anno!
A: seguite la nostra pagina Istagram dove aggiungeremo tutte le nostre date e proveremo anche ad essere attivi su Tik Tok, oltre a Facebook, dove ci saranno sempre tutte le novità. Però ci devi dire qual è la tua canzone preferita!
Eclissi! Parte lenta, ma come un diesel poi non si ferma più! Ho sempre in testa la melodia, i riff, il testo: mi affaccio sul giardino e mi viene sempre in mente la vostra canzone, ormai fa parte di me!

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