Anni di silenzio dopo due album molto belli e un inizio di carriera a dir poco promettente. Poi, all’improvviso, l’annuncio del ritorno in attività degli Atlas Pain, band lombarda che con i due dischi marchiati Scarlet Records aveva attirato molta attenzione. Il come back è affidato al singolo Light At Last in uscita il 13 luglio: quale migliore occasione per scambiare due parole con Samuele Faulisi, leader e cuore degli Atlas Pain per saperne di più sul presente e futuro della band, senza dimenticare, ovviamente, il passato del gruppo.
Questa è la trascrizione dell’intervista avvenuta tramite Zoom, il video lo trovate QUI.

Di nuovo saluti a tutti, è la terza volta che ci proviamo, vediamo come va. Siamo qui in compagnia di Samuele Faulisi per parlare dei suoi Atlas Pain, presente, futuro e passato della band: intanto ciao e grazie per essere qui con noi.
Grazie dello spazio dedicato, è un piacere tornare a parlare un po’ di persona con qualcuno che possa condividere la passione per il genere, dare anche un po’ di informazioni riguardanti la band, disponibilissimo.
Allora iniziamo andando a fare un ripasso sugli Atlas Pain: come sono nati e tutto quello ci vuoi dire sulla storia della band.
Allora, partendo dagli albori, la band nasce nel 2012 e in realtà si concretizza nel 2013 perché ci sono stati vari assestamenti, come è giusto che sia all’inizio, tra l’altro piccolo aneddoto, personalmente parlando è stata la mia prima esperienza musicale di formazione, nel senso che ho sempre suonato per i cavoli miei e non ho mai avuto modo di condividere il palco con nessuno, non avendo mai avuto una band in precedenza, quindi era stata proprio una doccia fredda l’idea di poter creare una band, svilupparla e soprattutto sviluppare una band che potesse portare propria musica. La nascita, il voler sviluppare appunto questo genere che già ascoltavo da qualche anno, era sempre più dirompente e allora ho detto “adesso mi ci metto, iniziamo a trovare qualcuno con cui suonare” e poi le cose sono andate avanti in maniera abbastanza organica e liscia, nel senso che siamo passati dal trovare piccoli locali dove suonare a registrare un primo EP in maniera molto autoprodotta, molto scarsa che lungi da me ascoltarlo nel 2026 perché sennò mi si accappono alla pelle, però da lì abbiamo detto “dai facciamo le cose in maniera seria”. C’è stato il primo disco che è What The Oak Left, un secondo disco Tales Of A Pathfinder nel 2019 che è stato l’ultimo, entrambi pubblicati sotto Scarlet Records e la cosa ci ha permesso di aprirci tante porte non solo sul territorio nazionale che nelle prime fasi della band ci ha fatto fare le ossa, ma anche nel territorio internazionale permettendoci un po’ di suonare in giro, passando dalla Germania al Portogallo, all’Austria, a varie realtà, a vari festival sempre di settore che ci hanno portato grandi gratificazioni, grande visibilità nel nostro piccolo, grandi soddisfazioni e… adesso siamo qui. La band ha avuto un bel periodo di pausa, se non di fermo, per conflitti interni nel senso che comunque ci sono stati problemi all’interno della formazione che hanno dato uno stop netto circa nel 2021. Mettici il covid, mettici problemi personali, mettici tanti fattori che poi hanno creato questo grande problema, questa grande pressione, la cosa è un pochino esplosa e c’è stato un fermo. Se mi fosse stato chiesto nel 2022-2023 se ci fossero state le altre esperienze, se ci sarebbe stato un futuro, probabilmente avrei disposto di no. La cosa invece è cambiata negli ultimi mesi quando mi è ritornata questa voglia di scrivere musica e comporre. Allora ho detto “rimbocchiamoci le mani, vediamo se si riesce a fare ancora qualcosa e mettiamoci sotto”. Senza pretese in realtà, perché poi dopo l’idea era quella di prendere quello che c’era di buono che era stato lasciato a fine prima fase e riportarlo in auge, anche perché comunque avevamo un bel po’ di persone, di gente in tutto il mondo che fino all’ultimo in realtà con mia grande sorpresa, ci chiedeva informazioni, se ci sarebbe stato un futuro per la band eccetera e questa cosa mi ha spinto a dire “ok, facciamo”.
Ti volevo chiedere una cosa che mi ha sempre incuriosito, cioè quando nel 2021 avete pubblicato All Star, il singolo digitale. Mi ricordo che c’erano tutti questi colori tra artwork e foto, questa canzone gagliarda, allegra, e poi non si è saputo più niente. Mi aspettavo forse un EP con delle cover, pensavo “sarà un cambio stile di look che porterà al nuovo disco”? Silenzio più assoluto!
In realtà il silenzio è stato svegliato dal singolo, nel senso che il singolo era uno sfizio che ci siamo voluti togliere, perché ci piaceva l’idea di poter rielaborare nel nostro genere qualcosa di completamente diverso, fare una cover che non c’entrava assolutamente niente con la proposta musicale, quindi è stata una parentesi che si è aperta, ci siamo divertiti, abbiamo registrato il singolo, abbiamo fatto il video, già all’epoca non era previsto nessun tipo di sviluppo di questo concetto legato alla cover. C’era l’idea di dover rientrare in studio, quello assolutamente sì, anche perché eravamo comunque in una buona scia che il disco precedente ci aveva creato, quindi era quasi un dovere rientrare in studio per creare un terzo disco. E forse, col senno del poi, devo dire che è stato anche questo il motivo per il quale la bolla è un po’ esplosa, perché ad oggi gli Atlas Pain li sto rappresentando personalmente, e la cosa la posso far vedere dal mio punto di vista. Il mio punto di vista era che la pressione aveva superato il piacere nel portare avanti il progetto e questa cosa qua mi ha ammazzato, soprattutto in vista di un periodo che era quello appunto della pandemia, dove non si poteva fare niente, eravamo tutti bloccati, e quindi questa cosa qua, il singolo in sé, la cover in sé, non era assolutamente legata alla cosa.
E poi, qualche mese fa, l’annuncio del ritorno, ma prima, e qui so che giro il coltello nella ferita, ti hanno rubato la strumentazione! Questa, da musicista, per me è la cosa più brutta che si possa leggere. Io penso alle chitarre mie, e la possibilità che un giorno qualcuno mi faccia una cosa del genere… uscirei pazzo!
Ma sai qual è la cosa pazzesca? Che allora, è pieno di gente, è pieno di episodi dove la strumentazione viene rubata in vettura, per mille motivi, perché comunque c’è uno scarso controllo, molte volte il van è carico di strumenti di valore, di attrezzatura di valore, quindi c’è sempre la zona un po’ malfamata, magari anche ingenuità da parte delle band stesse, lasciare un van carico in una zona poco controllata, mille motivi, e quindi spesso purtroppo si sente di van sfondati per la strumentazione. Soprattutto poi se si entra nel discorso “oh mio Dio, adesso cerchiamo di fare annunci per recuperare strumenti” nel 99% dei casi non recuperi niente, perché si perdono. La sfiga delle sfighe, nel mio caso, è che la mia strumentazione è stata rubata in casa di un liutaio che doveva mettermi a posto tutto in ottica registrazione. Io ho portato la mia strumentazione dal liutaio per metterla a posto, perché comunque era rimasta ferma per anni, chiamo due giorni prima per ritirarla, per capire se fosse pronta, e mi viene detto “guarda, c’è una brutta notizia, è stato rubato tutto”. E io, cazzo! Quindi casini, denunce, niente assicurazione da parte del liutaio, un giramento di palle all’ennesima potenza. C’è stato un rimborso, fortunatamente, ma ho dovuto ricostruire tutto, perché comunque è vero che non mi ero dato delle deadline per entrare in studio, perché non avevo vincoli, è stata una scelta mia. Però ero talmente dentro la cosa, avevo già programmato tutto, che ho detto no, adesso devo comunque mantenere le tempistiche. E quindi ho ricomprato tutto in botta e si ricomincia.
Vabbè, mamma mia, che brutta storia. Perché ok il rimborso, però certo la strumentazione per me è come una moglie… la mia chitarra preferita…
Io non ho mai avuto altre chitarre, quella è stata l’unica, la mia prima e l’unica chitarra che ho avuto, quindi quando mi dicevano del valore, dicevo sì, vabbè, ma il valore me l’ha rimborsato, è marginale, ci metterò qualcosa, più che altro era il valore affettivo. Quello non me lo potete pagare.
E il 13 luglio arriva il famoso singolo. Vai, raccontaci tutto. Anzi, ti chiedo del singolo e quindi è sottinteso che ci sia una nuova formazione degli Atlas Pain? Com’è la situazione?
Allora, ad oggi no. Ad oggi sono io, nel senso che ho ripreso in mano le cose, ho ripreso in mano le scartoffie, il software, gli strumenti. Mi sono messo a scrivere di getto e ho detto che va bene, collegandomi al discorso che ho fatto prima sul cercare di portare avanti le eredità che un pochino nel nostro piccolo avevamo lasciato. Mi sembrava assurdo lasciare tutto così incompiuto e senza risposte. Quindi questa esigenza di scrivere musica si è poi unita all’esigenza di farmi sentire e le cose sono andate in maniera organica. Cinque, sei anni di silenzio sono tanti per poter ricostruire, riprendere i rapporti, che comunque non si erano lasciati in maniera del tutto serena con le altre persone all’interno della formazione. E infatti le cose sono cambiate in maniera proprio radicale, quindi ad oggi mi ritrovo solo io a dover riportare in auge perlomeno la musica. Senza troppi obiettivi, nel senso che inizialmente ho detto che non ho obblighi, non ho urgenze, non abbiamo scadenze di nessun tipo, però ho voglia di scrivere musica, quindi scrivo, entro in studio, registro, faccio contenuti, esce la canzone. E così è in maniera serena e regolare, proprio per evitare quel tipo di pressione che ti citavo prima, mi ha fatto esplodere la bolla, perché non voglio rientrare in quello circolo vizioso. Tornando al discorso formazione, è tutto un divenire, quindi ci saranno delle novità nei prossimi mesi, sicuramente, ci saranno delle new entry, tra virgolette, che possano darmi una mano, che possano unirsi al progetto in studio, ma chi lo sa che non si possa poi tornare a suonare dal vivo. Diciamo che adesso non è una, tra virgolette, priorità, voglio fare le cose con calma.
Quindi c’è il singolo, non c’è ancora un disco. Avrai altre idee, immagino, che però ancora è presto per parlarne.
Sì, sul discorso singolo è stato abbastanza concettuale come ragionamento, perché il disco è unicamente legato a una release discografica, ad una etichetta discografica, ad una distribuzione, ad un concetto, ad un meccanismo, che ti porta a registrare il disco, distribuire, stamparlo, portartelo in tour e farci un ciclo di promozione che passi per uffici stampa, web, magazine, e che ti possa avere un pretesto per portarti. Poi si finisce il tour, finisce il ciclo di vita del disco e sei obbligato a fartene un altro per poi ritornare a fare questo ciclo. E lo capisco dal punto di vista di un’etichetta discografica, dal punto di vista di chi ci lavora per distribuire l’artista, per promuovere l’artista. Nel momento in cui siamo adesso noi come progetto, ci era molto più facile e efficace focalizzarci sul singolo, nel senso che il singolo permette di avere una linea di attenzione costante con la nostra fanbase, nel senso che non ti do dieci canzoni in pasto per puntarci su tre o quattro facendo dei video e chiamarli singoli del disco, e magari con dei rimanenti sei o sette come filler per appunto creare il pacchetto, ma mi focalizzo sulla singola canzone, te la rilasci in maniera molto più breve di quella che potrebbe essere fra un disco e l’altro, e almeno hai sempre della carne al fuoco che va bene per chi mi ascolta, perché comunque c’è sempre la novità dietro l’angolo, ma anche per noi, perché ci permette di prendere le cose con la giusta misura e soprattutto anche di dedicare la giusta attenzione sulla singola canzone, quindi promuovo in maniera sensata a farci un video dove svilupparla, creare dei contenuti extra che possano invogliare l’ascoltatore o l’ascoltatore che è anche musicista a studiarsela. Ci è capitato nel passato di chitarristi che ci chiedevano le tablature, per esempio delle chitarre, per imparare a suonarla e cover, e fare questa cosa qua sulla singola canzone per noi è molto facile, perché ci permette appunto di darti tutto subito. Insomma, è un ragionamento diverso che ho visto che da anni funziona molto in generi completamente diversi dal metal come il pop, il rap o tanti altri, o l’indie per esempio, dove si lavora spesso sul brano singolo o sull’EP. Il metal è ancora molto vecchia scuola, è molto legato alla release completa, al fisico, e lo capisco, però in questo momento della nostra carriera volevamo provare a sperimentare su altro.
Chiarissimo, ti chiedo velocemente, musicalmente ci saranno dei collegamenti con quelle che sono state le vostre precedenti uscite o ci sarà anche qualcosa di nuovo, diverso? Mancano pochi giorni, però la curiosità…
Certo, no, no, no, allora ti posso tranquillamente dire che la risposta, la proposta soprattutto di questo primo singolo sarà la stessa, nel senso che ho cercato di prendere il meglio di quello che era la composizione degli ultimi due dischi e di spremerla all’inverosimile in quattro minuti, quindi fondamentalmente le strutture melodiche, armoniche e ritmiche rimangono fondamentalmente quelle a cui i nostri ascoltatori sono abituati. Ovviamente volevo fare un passo in avanti e non un passo indietro, quindi cercare di risolvere tutto quello che ho perso in questi cinque o sei anni non è stato fare andare in bici che te la impari una volta sola e poi dopo non te lo dimentichi più, se perdi la manualità, se perdi anche banalmente l’utilizzo di certi software, con la tecnologia che va avanti, la costruzione delle orchestrazioni eccetera, dovevo perlomeno equiparare la qualità delle canzoni che abbiamo lasciato con quella che sta uscendo. Sono molto soddisfatto di aver avuto un pezzo di cui sono molto orgoglioso, che era quello che volevo fondamentalmente come pezzo di ritorno, perché sono quattro minuti e mezzo circa, ma tiratissimi, ci sarà anche un video che lo accompagnerà e il video, anche in questo caso, sono molto orgoglioso che sia molto fedele al tipo di atmosfera che la canzone rappresenta. Insomma, non potevo chiedere un pacchetto più migliore per quello che ad oggi sono gli aspetti.
La copertina è figa!
Sì, la copertina… sono soddisfatto, mi sono rivolto ad un’artista brasiliana, una ragazza brasiliana che aveva già delle esperienze sul disegno digitale legato però al mondo dell’editoria, quindi dei fantasy eccetera, non aveva mai fatto una cover per dischi, però devo dire che sono molto soddisfatto, c’è stata una prima lavorazione per capire il concetto che si legasse alla canzone, ci sono stati dei primi step in cui mi mandava delle bozze e poi dopo ovviamente ha compiuto il lavoro e devo dire che sono super soddisfatto.
Purtroppo Zoom limita il tempo, sono rimasti meno di tre minuti, allora io ti chiedo di parlare brevemente… sai quelle cose classiche “dammi tre aggettivi per i dischi”, tre aggettivi e il perché.
Tre aggettivi… sul primo sicuramente “diretto”, “semplice”, ma non in senso negativo, semplice nel senso che sono canzoni non troppo complesse, è il disco che ci ha lanciato nel mondo, quindi con i pregi e con i difetti, sicuramente un pochino acerbo se lo vedo dal mio punto di vista, per quello che volevo che gli Atlas Pain fossero all’epoca, però è stato il primo passo e non potevano chiedere di più. Per quanto riguarda il secondo disco, è sicuramente più complesso, diciamo ambizioso, e sull’ambizioso mi lego a tutto il concetto del concept album che abbiamo voluto sviluppare con i legami tra ogni singola canzone, che è riuscito in parte, devo dire la verità, però va bene, nel senso ci siamo resi conto che fare un concept album non è facile, è soddisfacente direi, nel senso che molte canzoni anche a distanza di anni, riascoltandomele, mi soddisfano e dico ok, non ho niente da cambiare. Sai, molte volte, soprattutto quando si scrive o si fa arte o si recita, c’è sempre un po’ un rifiuto nell’ascoltare quello che si è fatto perché magari c’è un po’ di “no ma questa cosa magari l’avrei rifatta così”, un po’ di incertezza, ecco, su alcune canzoni non su tutte, ma su alcune canzoni invece sono molto soddisfatto per come siano venute, quindi sono soddisfatto.
Perfetto, allora io ti ringrazio per questa chiacchierata, è stato un piacere ritrovarti, sapere che sei tornato a fare musica e posso dirlo che è bella musica, quindi ti ringrazio, ti saluto e hai tempo per l’ultimo saluto prima di chiudere questa chiacchierata?
Guarda, si è appena aperto un nuovo capitolo, quindi state attenti sui social, state attenti un po’ nell’internet perché si può solo partire e crescere d’ora in poi, ce ne saranno delle belle sicuramente. Grazie a tutti. Grazie mille.


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