Intervista: Mek Na Ver

Noctivaga è uno dei migliori dischi dell’anno, sicuramente destinato a far parte delle tipiche classifiche del tipo “I 10 migliori dischi”. Già questo dovrebbe bastare per avere la curiosità di scambiare due parole con Serena M., anima e cuore del gruppo romano, ma è proprio la disponibilità della cantante e la voglia di raccontare e raccontarsi che rendono questa intervista ancora più interessante. La parola passa quindi a Serena che ci porta nel mondo Mek Na Ver con una piccola e gustosa deviazione in casa Opera IX.

Foto di Andrea Pregi

Per prima cosa ti faccio i complimenti per Noctivaga, un album davvero strepitoso. Sono passati diversi mesi dalla sua pubblicazione: lo ascolti ancora e come lo vedi collocato nella tua discografia?

Grazie, mi fa davvero piacere. Sì, lo ascolto ancora ogni tanto, non con la stessa frequenza di quando era in lavorazione, ma quando lo riprendo sento che è rimasto esattamente quello che volevo che fosse. Ovviamente rispetto a Heresy è un disco più consapevole e sentito. Sono passati anni tra i due dischi, anche se in realtà Noctivaga è stato scritto nel 2010 e lasciato a fare polvere nell’hard disk.

Eri conscia della qualità del disco mentre era in composizione e durante la registrazione? Quali erano le sensazioni man mano che i lavori procedevano?

Ero conscia di quanto fosse personale, e forse è quello che lo rende ciò che è. Mi chiedevo continuamente se quello che stavo costruendo fosse onesto, se corrispondesse davvero a quello che sentivo. Quando ho sentito i suoni elaborati da Stefano Morabito ai 16th Cellar Studio, ho capito che era venuto fuori qualcosa di importante. Lui ha saputo dare al disco quella sorta di pesantezza che funziona in modo assolutamente coerente.

Il tema principale è quello della stregoneria. Mi piacerebbe saperne di più sui testi che canti.

Più che stregoneria nel senso folkloristico del termine, parlerei di un immaginario archetipico, figure notturne, creature liminali, qualcosa di interiore che esiste al confine tra il mondo visibile e quello invisibile. La strix della tradizione latina (romana), la strige, lo spirito che si muove nel buio portando con sé qualcosa di antico e irrisolto, appunto i testi nascono sempre da un’emozione precisa. Questo è un disco che invita l’ascoltatore a non cercare di scappare dal buio interiore, le nostre paure, desideri inconfessabili, lutto, rabbia, vuoto, non sono un nemico da cui fuggire, bensì qualcosa da accogliere per poter imparare a trasformare noi stessi. Vedi ad esempio la copertina, il gufo è un animale collegato alla stregoneria ed un animale nottivago appunto, che abita il buio con eleganza, non lo rifugge. Streghe e creature nottivaghe hanno capito che la vera saggezza non consiste nel vincere la notte, ma nel diventare così intimi con essa da non averne più paura.

Rituali arcaici, stregoneria e vita moderna. Come (e se) possono andare d’accordo questi concetti apparentemente molto distanti tra loro?

Vanno di pari passo perché l’essere umano non è cambiato poi così tanto dal medioevo. Il bisogno di dare un nome, creare un rituale a e per quello che sfugge al controllo, di costruire rituali attorno alle paure più profonde, di cercare un contatto con qualcosa di più grande è sempre stato parte della figura umana e la modernità ha cambiato le forme ma non la sostanza, questa necessità non è mai scomparsa. Chi dice che queste cose appartengono al passato probabilmente non ha mai veramente analizzato con serietà la psiche umana o l’antropologia stessa, ma neanche guardato approfonditamente dentro se stesso.

Quanto c’è di esoterico nei Mek Na Ver e quanto, invece, fa parte dello “spettacolo”?

Non c’è spettacolo, almeno non nel senso di qualcosa di costruito per impressionare. Non ho interesse nel parlare di un argomento che non sento mio e la musica dovrebbe essere appunto uno sfogo personale. L’esoterismo per me è una pratica giornaliera, un modo di leggere il mondo, mi interesso di spiritismo, arti divinatorie, pratiche che fanno parte della mia quotidianità da anni. Mek Na Ver non è una maschera che indosso ma una proiezione diretta di quello che sono. Quindi se suona esoterico è perché lo è davvero.

La copertina è piuttosto insolita per un disco di base black metal: di colore chiaro per via della neve, con un gufo in primo piano. L’hai realizzata tu quindi ti chiedo se la copertina ha un legame con i testi o se è “solo” un buon biglietto da visita vista l’atmosfera musicale del cd.

L’idea è mia, la realizzazione è di Gladia Delmarre, che ha dipinto tutto ad acquerello e che ringrazio tantissimo, ha saputo tradurre in immagine quello che avevo in mente con una precisione che ancora mi colpisce. Il gufo è un barbagianni non a caso. Questa creatura nel folclore è associata alle streghe per il suo verso inquietante, ma simbolicamente rappresenta anche l’intuizione, la chiarezza mentale, la capacità di vedere oltre le apparenze. Animale notturno per eccellenza, perfettamente in linea con il concetto di noctivaga. La neve non simboleggia il freddo ma il silenzio, la sospensione. Il momento prima che qualcosa accada.

In Strige – Altar of Unspoken Vows è presente la bellissima voce di Elisabetta Marchetti, ex cantante degli Inno e con la quale hai già collaborato in passato. In Ascensio Astrae (tra le Stelle) troviamo anche Federico Sanna: ci vuoi dire di più sui due guest presenti nell’album?

Elisabetta è una delle mie migliori amiche e una delle migliori cantanti che conosca, almeno in Italia e non lo dico per affetto, lo penso davvero. Abbiamo condiviso diversi progetti nel tempo, abbiamo cantato insieme nei Riti Occulti, ha fatto una bellissima guest nel mio progetto Vidharr, e finché sarà possibile collaboreremo ancora perché tra noi c’è un’ottima intesa a livello musicale. Federico Sanna è un artista poliedrico che conosco da tempo e che apprezzo molto, porta sempre qualcosa di personale, che arricchisce senza sovrastare. Entrambi sono persone fantastiche prima ancora che ottimi musicisti ed hanno apportato, secondo il mio parere, un contributo fondamentale a questo album.

Il disco è stato pubblicato dalla Masked Dead Records, etichetta che sta facendo un gran lavoro di scouting pubblicando album di grande qualità. In che modo è nata la collaborazione?

Contattai Denis perché nel 2018 con Dusktone, produsse The Gospel per Opera IX e mi piacque il suo lavoro. Quando finii Noctivaga pensai che potesse essere la persona giusta anche per questo progetto così gli presentai il disco, lui e il suo socio lo apprezzarono e mi propose la sua altra etichetta, Masked Dead Records. Con loro mi trovo bene, è un’ottima collaborazione direi, genuina, senza giri di parole.

Vorrei chiederti un paio di cose a proposito degli Opera IX. La prima è in quale modo sei entrata in contatto con la band e com’è avvenuto il processo che ti ha portato a diventare la cantante, data anche la distanza tra Roma e Biella.

Ricevetti un messaggio privato dal buon Ossian, in cui mi chiese se fossi interessata a fare dei provini come cantante per Opera IX, rigorosi aggiungerei. Nel 2015 suonai di spalla agli Opera IX per un concerto a Roma con la mia vecchia band Vidharr dove ero chitarrista, ma non ci furono grandi conversazioni tra noi. Risposi con entusiasmo alla sua richiesta, salii a Biella due o tre volte ed infine ci fu il suo parere positivo… ora da circa 8 anni sono la “nuova” cantante. Opera IX è una band con cui sono cresciuta: ascoltavo i loro dischi da bambina, facevano parte del mio immaginario musicale prima ancora che capissi cosa fosse il black metal. Quindi quando si è presentata l’opportunità non ci ho pensato due volte, era una di quelle cose che o fai o te ne penti per sempre e poi diciamolo, c’è una linea di pensiero e di tematiche che sono realmente affini a tutto il mio percorso musicale. La distanza non è un problema, lo faccio con estremo piacere e poi sono sempre molto felice di passare il tempo con Ossian e gli altri.

Hai mai sentito un po’ di pressione vista la storia della band e un nome storico come quello di Cadaveria, prima cantante del gruppo?

Cadaveria è una musicista che rispetto e che ha fatto la storia di questa band, è giusto e doveroso riconoscerlo e la rispetto per quello che ha creato, ma è uscita nel 2001 ed oggi siamo nel 2026. La mia responsabilità come cantante è reale e la sento tutta, ma nel mio “lavoro” non ho mai imitato nessuno e non lo farò mai. Sono entrata negli Opera IX per dare il massimo di quello che sono, non per essere la copia di qualcun altro, voglio portare un contributo reale e creare l’atmosfera giusta per ogni composizione di questa band. Ho fatto una promessa ad Ossian, che stimo profondamente come persona, culturalmente e musicalmente, per non aver mai mollato e per la sua estrema coerenza mantenuta nel tempo, e quella promessa è che il mio impegno sarà sempre al mille per cento finché la band esisterà. È una band con quasi quarant’anni di storia, con diversi cambi di line-up, cambia l’approccio musicale e cambiano i tempi. Mi fanno sempre sorridere quelli che vivono nel passato e parlano, parlano, senza sapere assolutamente nulla di quello che realmente è accaduto nel tempo e le storie personali di ogni anima che è passata di qui, Ossian è una persona veramente molto riservata e ribadisco, coerente. Le persone evolvono e con esse la musica prodotta, sarebbe preoccupante il contrario. Per chi ha nostalgia dei vecchi dischi e delle vecchie sonorità, posso dire che sono ancora lì e possono ascoltarli quante volte vogliono, le persone evolvono, la musica evolve, io ho il mio stile e sicuramente evolverà anch’esso nel tempo, ma non sarà mai la brutta copia di qualcun altro.

Il nuovo disco degli Opera IX Veneficium è da poco fuori: ce ne parli?

Veneficium è un concept album che affronta uno degli aspetti più inquietanti e affascinanti della storia romana, ovvero l’arte del veleno inteso come pratica rituale, strumento di potere occulto, come conoscenza iniziatica. Il titolo viene dal termine latino venenum, che nella sua accezione antica non indicava solamente il veleno, ma qualsiasi sostanza con potere trasformativo, fosse esso curativo o letale. Al centro del concept ci sono tre figure storiche: Martina, Locusta e Canidia che sono avvelenatrici, negromanti, donne che operavano in quell’ambito dove la farmacologia, la magia e la politica si intrecciavano indissolubilmente. Locusta in particolare, è figura documentata come artefice di alcuni dei più celebri avvelenamenti della storia imperiale, al servizio di Agrippina e poi di Nerone. Veneficium è la fusione dell’arte dell’avvelenamento insieme alla maledizione, come Martina che uccide il Germanico non solo con il veleno ma anche con feticci maledetti ritrovati sotto il pavimento della sua casa. Il disco tocca anche il tema delle defissioni, le tavole incise su piombo con cui i Romani vincolavano le anime dei nemici alle divinità infere, pratica documentata archeologicamente in tutta l’area mediterranea e che rivela quanto fosse profonda la convinzione nell’efficacia del rito. È un lavoro elaborato nei dettagli, costruito con una cura filologica e simbolica che va ben oltre la superficie. Ho scritto i testi leggendo il libro di Ossian “Veneficium” e documentandomi al meglio delle mie possibilità sull’argomento. Chi si avvicina con curiosità troverà molto più di quello che si aspetta.

Quando ti sei avvicinata alla musica e al metal in particolare? E quando ti sei resa conto che hai la voce per stare dietro il microfono?

Ho cominciato con la musica rock in quanto i miei genitori ascoltavano Black Sabbath, Led Zeppelin ed affini, il black metal è diventata una normale evoluzione del voler esplorare e scoprire quello che poteva offrire la musica, ed il volto estremo della stessa mi colpì profondamente. Sono sempre stata molto solitaria ed estremamente chiusa nel mio mondo fatto di musica e libri. Ho cominciato a fare musica quando avevo sedici anni, nel 2001, guarda caso lo stesso anno in cui Cadaveria lasciava Opera IX, coincidenza che mi fa sorridere. Comprai la mia prima chitarra con qualche spicciolo messo da parte e con l’aiuto di mio padre, che mi ha sempre supportato nelle mie passioni e che ringrazio per questo. La mia visione della musica è a 360 gradi, quando immagino una composizione, nella mia testa sento tutti gli strumenti che la formano insieme. In seguito con Riti Occulti ho cominciato ad esplorare strumenti particolari, mi sono procurata un Daf persiano e una Darbuka, ed il canto è nato quasi per necessità visto che serviva qualcosa che chiudesse le composizioni, che desse un tocco personale al tutto. I primi live alla voce li feci con Hiems, se non erro nel 2008. Algol aveva bisogno di qualcuno alla voce per un paio di concerti e mi improvvisai. Ero molto acerba lo ammetto, ma era l’inizio.

Questa è semplice ma spesso difficile: i tuoi 3 cantanti preferiti e quelli che ti hanno ispirato maggiormente.

Niente a che vedere con il black metal, e forse è proprio per questo che mi hanno dato qualcosa in più. Dax Riggs (ex Acid Bath, ndMF) è secondo me una delle voci maschili più belle, personali ed emotivamente toccanti in circolazione. Chelsea Wolfe che è la versione “fisica” dell’oscurità. E Lisa Gerrard, con i Dead Can Dance che ha creato qualcosa fuori dal tempo, da brividi. Sono voci con una profondità emotiva indescrivibile. Mi hanno insegnato a cercare la profondità piuttosto che la complessità compositiva.

I Mek Na Ver stanno già pensando ai prossimi passi o è ancora troppo presto?

Vorrei portare il progetto live, ho già ricevuto diverse proposte e ci sto lavorando. Sto cercando di mettere in piedi la formazione giusta per i live… vorrei fare pochi concerti costruiti bene e non date fatte tanto per suonare, dobbiamo essere tutti soddisfatti e “complici”. Sul fronte discografico, l’obiettivo è non far passare altri sedici anni. Questa volta sarò più veloce, o almeno ci proverò.

Ti ringrazio per la disponibilità e ribadisco i complimenti per il disco, bellissimo. Puoi concludere la chiacchierata nella maniera che preferisci.

Grazie a te per l’attenzione e per le domande, fa piacere scambiare due chiacchiere con chi ha davvero ascoltato il disco. Spero che Noctivaga continui a trovare le persone giuste e che possa suscitare le sensazioni che ho provato a trasmettere. Ci vediamo presto (spero) on stage!

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