Intervista: Emian

Conosco gli Emian da anni, li seguo fin dai primi passi e ho avuto occasione di vederli in concerto più di una volta, compreso un matrimonio! Insomma, i presupposti per trasformare un’intervista una piacevole chiacchierata tra amici c’erano tutti, e così è stato. Tra aneddoti, ricordi di tour, pericoli e sorrisi, qui sotto trovate tutto il mondo Emian, a partire dall’ultimo lavoro in studio Limen. E sì, non avevo idea da dove provenisse il nome della band… 😀

Ciao a tutti, siamo in compagnia degli Emian che salutiamo e ringraziamo per la loro presenza. Iniziamo con un’introduzione per quei pochi che non vi conoscono.

A: io vado sempre in panico quando mi chiedono la presentazione. Siamo Emilio e Anna, da questo nasce Emian, e portiamo in giro per l’Italia e l’Europa la nostra musica dal 2011.

Ti posso dire una cosa? Mi si è aperto un mondo! Perché adesso hai detto questa cosa del nome…


E: Ah, adesso ci sei arrivato!

Perché l’hai detto, infatti una domanda che vi avrei fatto era sull’origine del nome. Perché io ho cercato Emian e ho detto chissà, forse un personaggio del folklore. No, Emilio e Anna, più facile che così!

A: no, hai ragione. In realtà ci sono anche altri significati, però non sono quelli che abbiamo scelto per far nascere il nome. È nato veramente all’improvviso perché avevamo bisogno di un nome a ridosso di alcune serate. E quindi sai, tra i vari nomi papabili, anche quelli un po’ banali tipo Shamrock… ma è banale, poi ci avrebbe associati troppo alla musica irlandese. Ci siamo guardati e abbiamo detto “perché non uniamo i nostri nomi?”. Facciamo Emilio ed Anna e facciamo Emian.

E: all’inizio Anna tirò fuori Demian.

A: anche Demian.

E: però mi fece notare che tutte le produzioni, tutte le band in cui lei aveva fatto parte che iniziavano con la D erano finite male. Anche i Deep Purple sono finiti male.

No, non mi toccare i Deep Purple che chiudo la diretta! Non me li toccare! (risate, nda) Perché domani esce il disco nuovo, quindi a mezzanotte sarò lì ad ascoltarlo (l’intervista è stata fatta il 2 luglio, ndMF).

E: e quindi tutte queste band con la D ho detto, guarda, evitiamo la D, lasciamo Emian e basta e vediamo come va. E fortunatamente è andata bene per tutti.

A: stanno andando bene. Tornando alla presentazione, cerchiamo di portare avanti dal 2011 il genere che si chiama PaganFolk, che non abbiamo inventato noi, questo è da sottolineare, ma viene dall’Europa, diciamo dall’Olanda in primis, poi si sono accodate Germania, Belgio e tutta una serie di nazioni europee. A finire noi, perché forse siamo stati gli ultimi e tra i primi ad adottare il termine in Campania/Italia. Da qualche anno ci stiamo divertendo anche a unire il folk a un poco poco poco di musica elettronica e quindi siamo entrati in questa nuova fase un po’ sperimentale che ci caratterizza almeno dal 2019, qualche tempo dopo che gli altri due componenti che suonavano con noi hanno deciso di andare via. Quindi ci siamo un attimo rinnovati per rimetterci in gioco.

Mi piace tanto questa cosa, questa piccola contaminazione che c’è qua e là, che dà quel qualcosa di diverso, ma poi ne parleremo con calma. Allora, quindi siamo arrivati a Limen, e non al Lumen come ho detto su quel video che vi avevo mandato. Limen arriva a tanti anni da il precedente lavoro, in mezzo c’è stato il Covid, c’è stato quell’EP digitale dove iniziava a starci qualche cosa di elettronico. Come siete arrivati a questo disco, che non è un disco classico: ci sono pezzi già pubblicati sotto un’altra veste?

A: com’è arrivato? Io penso che sia arrivato proprio per un’esigenza. Come dicevi tu, sono passati veramente tanti anni dall’ultimo disco e l’ultimo disco serio, perché poi Egeria è quello più serio che abbiamo in ordine cronologico. Durante la pandemia abbiamo rilasciato un EP, certo, perché volevamo mettere su qualcosa di nuovo per darci uno sprint, anche motivazionale, proprio perché la pandemia ha ucciso tutti quanti, nel vero senso della parola.

Lo sai meglio di me, in quel periodo non si suonava, non si faceva niente, quindi abbiamo detto “diamo un po’ una smossa, registriamo qualcosa, facciamo vedere che esistiamo ancora”. Purtroppo dopo l’uscita dal progetto degli altri due componenti (dal 2013 fino al 2019 Emian è stato un quartetto, ndMF) è arrivato il Covid e qualcuno ha dato un po’ per scontato che il progetto non esisteva più, quindi abbiamo voluto dare un segnale. Dopo l’ EP è successo che abbiamo lavorato a piccole cose, singoli, cover…. E allora quest’anno abbiamo detto “ok, è arrivato il momento di fare un disco nuovo”, perché all’estero soprattutto, durante e dopo i live, le persone ci chiedevano sempre “ma questo brano c’è nell’album che stiamo per comprare?”, perché in giro noi portavamo soltanto Egeria e Khymeia e ci chiedevano “ma lo trovo questo brano in questo disco?”. Sempre la stessa cosa! Così ci siamo detti “basta! Facciamo ‘sto disco, così la gente non ci chiede più se ci stanno i brani o non ci stanno, li mettiamo e li abbiamo tutti”. Limen è nato in primis per questa esigenza qua, poi perché abbiamo voluto mettere un punto a ciò che è stato il passato, dire veramente “ok, partiamo da questo e da qui in poi si lavora a questa nuova fase”. È anche per questo che nasce l’idea di riprendere Mephite e Rosabella e rivederle, perché per noi, così come per molte persone che ci seguono, sono brani ai quali siamo rimasti molto affezionati e non poterli portare più dal vivo, soprattutto Mephite, perché Rosabella ce l’avevamo ancora, ci faceva proprio stare male! Quindi un giorno ci siamo seduti al computer, abbiamo messo mano a tutta una serie di librerie e suoni e abbiamo dato loro una nuova veste. Avevamo una sorta di debito con alcuni brani…

E: soprattutto con alcune divinità, perché Mephite poi si pigliava collera e ci faceva succedere le peggio cose a casa, e solo quello ci mancava! Nel momento in cui non abbiamo più suonato Mephite, sono successe varie cose che non stiamo qui a raccontare. Siamo arrivati a 15 anni di attività e Limen è un riassunto, si conclude il viaggio, tra virgolette, dei nostri primi 15 anni. Partendo da Acquaterra a Limen, perché comunque all’interno dello spettacolo dal vivo cerchiamo di fare un riassunto, in scaletta ci sono brani da quasi ogni album

A: a parte Khymeia, dal quale non c’è niente.

E: anche perché poi l’album Egeria, per quanto i fan o chi ci ascolta da tempo lo conosce e conosce i brani, dal 2019 non siamo proprio riusciti a portarlo in giro. Non c’è stata promozione dato che con l’arrivo della pandemia siamo rimasti bloccati, senza poter organizzare un tour promozionale o altro.

Infatti stavo guardando anche l’intervista che abbiamo fatto nel 2020 e quella è uscita a maggio, quindi eravamo già in lockdown. Un problema che ho sentito tantissime volte in quel periodo e tuttora se ne parla è proprio il fatto che magari hanno fatto un disco sul quale contavano perché c’erano dei bei pezzi e tanto lavoro dietro e poi è rimasto lì perché non l’hai potuto portare in giro. E nel frattempo i brani sono diventati vecchi, ma non perché siano meno belli, ma perché magari il musicista è andato avanti. E quel disco non avendo promozione in concerto non ha avuto neanche quella risonanza che avrebbe meritato.

A: paradossalmente ci sta come ragionamento, però Egeria è stato l’unico tra gli album che abbiamo fatto che su Spotify ha degli ascolti altissimi! Non abbiamo potuto promuoverlo dal vivo ma di contro su Spotify ha degli ascolti assurdi, e meno male! Almeno siamo riusciti a venderlo e nonostante questo ne sono rimasti a terra proprio tanti che continuiamo a portare con noi durante i live.

Prima di addentrarci in Limen e magari su qualche canzone in particolare, a me piace fare un giochetto: chiedo di parlarmi dei vostri tre dischi precedenti, in questo caso mi bastano due aggettivi, un pensiero, un ricordo. Partiamo da AcquaTerra.

E: non esiste più, non ce l’abbiamo nemmeno noi in garage.

Ma ce l’avete per voi la copia?

A: dovremmo averla da qualche parte.

Sai che io ho inciso dei dischi e uno non ce l’ho, è una cosa che mi manda fuori di testa perché non so dove trovarlo perché era stampato in 200 copie e io non c’ho il cd, ho gli mp3 ma non ho il disco fisico, mi fa un male bestiale. Comunque andiamo: aggettivi, un ricordo, quello che vi va.

A: AcquaTerra per me è un aggettivo: freschezza. Il progetto era nato da appena due anni, l’album è del 2013 ed è legato a un bel ricordo. Proprio quell’anno conoscevamo Danilo, durante una nostra serata in un locale di Avellino che nemmeno esiste più. Da lì a poco avremmo deciso di farlo entrare nel progetto, proprio durante la registrazione dell’album iniziata da noi e conclusa inserendo anche lui nel disco. Quindi è stato un bell’incontro, molto piacevole. Per me resta proprio un bel ricordo AcquaTerra, bello.

E: innamoramento. Partiva tutto dalla A, quindi è stato proprio il primo amore.

Khymeia?

A: incasinato, un caos!

Perché il caos?

E: stavo pensando una parola, che è adolescenza. Perché se devo immaginare questi album come un percorso, Khymeia può essere definito l’adolescenza, dove tu hai un sacco di idee, vuoi fare un sacco di cose, ti vuoi mangiare il mondo, vuoi sperimentare, vuoi fare… e Khymeia, anche già il nome che si rifà all’alchimia, che invece è tutt’altro che caos, è quel voler trovare ordine appunto nel caos creativo che girava attorno a quell’album. Dentro ci stanno diciassette tracce! Non so quanti gruppi hanno fatto un album con diciassette tracce…

A: una marea, sono veramente tante.

E: ci volevamo mettere di tutto! Alla fine ci abbiamo messo tutto quello che volevamo mettere e sì, è stato…

A: è stato il caos. C’è proprio l’adolescente che va contro tutti e tutto, anche se gli dicono di no. Ma poi quanto dura? 78 minuti di cd!!! Il fonico ci voleva uccidere.

Perché non c’era altro spazio, se il cd fosse stato da 100 minuti…

E: bravo, quello è proprio l’adolescente. Ultimamente l’abbiamo anche riascoltato. Mi ricordo quando abbiamo fatto tipo un ascolto di tutti i dischi per vedere la differenza tra tutti quanti, a parte AcquaTerra perché non ce l’avevamo, e ad ascoltare alcune tracce abbiamo detto “madonna mia, sono proprio pedanti, sono troppo lunghe”.

Però questo succede poi con la maturità che uno riascolta e dice cose: io quando sento le mie vecchie canzoni non dico che ho una sensazione di quasi vergogna, però insomma, adesso sta roba non la farei più, la farei meglio, la farei diversa, la farei più figa, più qualunque cosa. Poi magari non è vero eh… 


A: lo stesso ragionamento fatto poi per le tracce vecchie che sono diventate nuove…

E: le abbiamo tagliate.

Ora tocca a Egeria, il terzo album. Questo è l’ultimo che avete fatto in quattro.

E: sì, l’ultimo che abbiamo fatto in quattro. Questo io lo vorrei definire l’album della maturità, ma in realtà no, perché poi pensando al Demon, potrebbe essere Demon, ma in realtà nemmeno quello. Potrebbe ancora arrivare un album della maturità! Diciamo che è l’album di passaggio. Ecco, passaggio, per me la parola chiave è questa.

A: questo è l’esame di maturità, forse.

E: sì, tipo l’esame di maturità, nel senso che l’abbiamo superato.

A: in cui tu studi, arrivando dall’album precedente, ti metti a studiare e capisci che cosa potrebbe funzionare e cosa non potrebbe funzionare, cosa ha funzionato e cosa no. E con Egeria, c’è stato tanto, tanto studio.

E: più che altro ci abbiamo lavorato tanto in studio. Nel senso che, lavorando alla produzione insieme all’etichetta indipendente campana Studio XXXV, abbiamo ricevuto veramente una grossa mano dai produttori nel risolvere alcuni passaggi all’interno dei brani.

A: in alcuni brani, tipo Vesuvius, Nicodemo (producer) e Johnny (ingegnere del suono e producer) dopo aver registrato la traccia, hanno cominciato a riascoltarla dicendo “no, forse questo punto… cambiamo questa cosa e la mettiamo prima”, come facevano i vecchi producer.

Esatto, i produttori, sono quelli che poi aiutano proprio l’arrangiamento o dicono “ tu non lo senti perché sei troppo preso dentro”, oppure ci sono i conflitti di interesse, tu hai fatto un riff in più, io ho fatto uno assolo in meno. “Secondo me questa cosa va tagliata, va rifatta, è fatta male”. I vecchi produttori, che però adesso sono una figura che sta scomparendo perché quasi tutti si fanno il disco, non dico in casa, però molto materiale in casa e poi vanno in studio a registrare, quindi non c’è più tempo per cambiare l’arrangiamento o sistemare tante cose. È una figura che, parlando anche con altri musicisti, non c’è più, un po’ forse perché, convinzione mia, più i giovani continuano a fare musica, più pensano di saperne, il che è una sorta di arroganza che spesso è bella perché sono sfrontati. Però non c’è l’esperienza di un orecchio, di una persona di 40, 50, 60 anni che dice “guarda, sono 30 anni che sento ‘sta roba, quello che stai facendo lo puoi fare meglio, non che sia brutto, ma lo puoi fare meglio”. È una figura che purtroppo sta scomparendo.

Tornando ai vostri cd, siamo arrivati a questo Limen. La domanda che si fa sempre alla fine: questo è un punto dopo 15 anni di carriera, canzoni recenti e meno recenti, e quindi, da quello che ho sentito, state già lavorando a qualcosa di nuovo?

E: sì, il prossimo step sarebbe quello appunto di fare un intero album di nuovissime canzoni, perché questo qua è stato il nostro nuovo punto di partenza. Come ha detto Anna, la rivelazione, la nuova rinascita. Però ancora non sappiamo dove ci porterà il prossimo lavoro, cioè non sappiamo veramente cosa metterci! Perché o stiamo esplorando così tante cose o non stiamo esplorando niente in qualche maniera, c’è sempre questo dualismo tra di noi. O facciamo tutto in una settimana oppure ci vogliono anni prima di riuscire a fare qualcosa, prima di trovare quell’input che appunto ci dà lo slancio per poter fare qualcosa di nuovo. Io sto immaginando di tutto e di più: elettronica estrema, prog, rock, musica classica… Cioè, veramente vorrei esplorare tutto!

A: io invece sto immaginando dei brani acustici e dobbiamo cercare di capire come unire entrambe le cose.

Se tu vai verso il minimalismo, lui vuole metterci dentro le chitarre rock.

A: esatto, e quindi ci saranno due mondi che discutono.

Allora fate lo stesso disco. Tipo The Gentle Storm, che è un progetto di Anneke dei The Gathering e Arjen Lucassen degli Ayreon. Hanno fatto lo stesso disco, ma in due modi diversi: uno è il Gentle Version, quasi acustico e uno è lo Storm Version, con le chitarre distorte. Potreste fare il doppio CD, l’Anna Version e l’Emilio Version.

E: già è capitato con Limen, dato che ci sono The Gentle Breeze e Cliff of Moher che sono super tradizionali. Anna li voleva lasciare in acustico, precisamente solo arpa e flauto. Però poi succede che “ti ricordi Meidi Goh, la ragazza olandese che suona gli strumenti barocchi? Sarebbe bello coinvolgere qualcuno all’interno di questo album.” E lei suona la viola da gamba, il violino barocco, il violoncello, suona veramente qualsiasi cosa tra rinascimento e barocco. Chi l’ha ascoltato ha avuto proprio un’esperienza mistica. Cioè, Cliff of Moher, brano tradizionale irlandese riarrangiato con strumenti barocchi. Che ci sta, perché fondamentalmente da là arriva la musica irlandese.

Allora prendo la palla al balzo per chiedervi quindi di questi numerosi ospiti. Ce ne sono tanti, anche importanti. Come avete intrecciato questi rapporti, se si è svolto via e-mail, se li avete conosciuti in tour, come si è svolto il tutto?

A: in realtà molte delle persone che hanno realizzato la featuring nell’album sono amici, nel senso che sono persone conosciute anni fa, al primo CastleFest ad esempio o nei vari festival in Belgio e con loro siamo rimasti sempre in contatto. Nel tempo il rapporto di amicizia si è evoluto in rispetto e stima. Da qui la scelta di coinvolgere alcuni di loro in questo album. Le featuring sono: il francese di origini bretoni Gaetan Lozach, dal progetto solista Biocentric, che ha suonato il didgeridoo ne La Grande Orsa 2.0. Kevin Capurro, un amico irpino siculo che tra l’altro suona anche la cornamusa nella banda scozzese di cui io ed Emilio facciamo parte dal 2017 più o meno (Borbonian Pipes and Drums), che in Litha ha suonato la chitarra acustica.

E: lui per esempio fa tutt’altro nella vita! È sì musicista, ma suona death metal con i Taxidermia, allo stesso tempo è appassionato di musica folk ed è truccatore SFX per il cinema. Noi ci siamo conosciuti proprio grazie alla banda scozzese che Anna menzionava prima. In Litha compare anche Quentin Maltrud, francese di Strasburgo, che ha suonato il bouzouki irlandese. Ha un progetto solista polistrumentista che si chiama Les Garçons de l’Automne e che lo vede destreggiarsi ai flauti, alla ghironda, al bouzouki e altro ancora.

A: poi ci sono Mephite e Fimmine Fimmine, per le quali abbiamo chiesto la collaborazione di Rüdiger Maul dei Faun che vabbè, con lui siamo diventati amici dopo aver fatto il tour insieme. Con lui è stato strano, abbiamo legato da subito. In modo particolare lui ed Emilio: se ne andavano in giro, andavano a farsi le passeggiate, fumavano senza spiaccicare una parola…

Lui ama molto l’Italia, ci ha confessato questa sua passione. Infatti io più lo guardavo e più pensavo fosse la reincarnazione di un legionario romano di stanza nella Sassonia all’epoca delle conquiste.

Però, fatemelo dire, uno pensa “va in tour, l’esperienza ecc”. E uno dice, “vai al bar a rimorchiare, a bere fino alla mattina”, no le passeggiate. Sono cambiati i tempi!

E: Se lo vuoi sapere, ti raccontiamo com’era il tour dei Faun.

Certo lo voglio sapere! Poi me lo raccontate. Ora finiamo con i guest del disco.

A: in Cliffs Of Moher abbiamo invitato Meidi Goh, musicista olandese, che ha tutta una serie di progetti di cui però non ricordiamo i nomi e che suona tutti gli archi barocchi che si sentono all’interno del brano!

E: in Fimmine Fimmine c’è un altro nostro amico salentino, Matteo Boccadamo, che ha suonato la chitarra acustica e con il quale io sono cresciuto. Con lui abbiamo cominciato a suonare da piccoli insieme ed attualmente ha un progetto bellissimo che si chiama Silent Wall.

A: è anche archeologo e divulgatore!

E: sì, lui è formato in archeologia ed è diventato divulgatore perché ha da sempre una bella parlantina, su Instagram sta andando alla grande. Il suo canale di divulgazione si chiama ArcheoWallace ed è fantastico! Inoltre è musicista da tanti anni e dopo aver vinto un bando musicale ha prodotto un album dal titolo Silent Wall omonimo del progetto. Io ed Anna abbiamo preso parte all’album suonando e cantando in alcuni brani.

Parliamo del famoso tour con i Faun, sesso droga e rock’n’roll, no?

E: assolutamente no! Un tour con le suore sarebbe stato più emozionante.

A: C’è da dire che sono tedeschi, non è che sono messicani e dici, ah fanno casino, sono latini. Quindi no, sono tedeschi, sono tutti d’un pezzo. Cioè, il massimo che abbiamo avuto sono state un paio di serate nelle quali siamo usciti a fare una passeggiata e siamo andati a bere qualcosa insieme. Eravamo io, Emilio, Adaya e Rüdiger. Ti ricordi?

E: sì, c’era pure Stephan, forse.

A: no, Stephan non c’era. Un’uscita è stata a Rennes, in Bretagna, e l’altra non mi ricordo dove. Però la maggior parte delle volte funzionava così: si arrivava alla location, si scaricavano gli strumenti personali che tutti avevamo sempre a bordo del tourbus mentre i tecnici si occupavano di scaricare il resto dell’attrezzatura, si andava nei camerini e prima di tutto si faceva colazione, poi doccia (dopo una nottata nel tourbus era il minimo!). Nelle ore di vuoto si facevano appunto i tour per la città, così si girava un po’. “Quando è che ci si torna a Stoccolma? Non lo so”. E quindi ci andavamo a fare queste famose passeggiate. Poi si ritornava alla location, si faceva il soundcheck e si cenava. Si andava in scena, a fine concerto ci si rilassava brevemente nel backstage in attesa di ricevere l’ordine del giorno e poi si risaliva a bordo per ripartire verso una nuova città o stato. Insomma, era tutto programmato in maniera svizzera.

E: c’era il tour manager che diceva: “mi raccomando ragazzi, non sgarrate, non arrivate tardi, perché i tecnici stanno montando, quindi stanno lavorando. Voi arrivate, sistemate tutto, portate tutto dietro al palco e poi comincerà lo spettacolo” ecc ecc

A: gli unici giorni lunghi che abbiamo avuto per vedere qualcosa in più e per stare un po’ più in relax sono stati i day off. Non sempre si stava tutti alloggiati negli stessi alberghi, quindi si formavano i gruppetti dell’occasione, chi andava in giro con uno, chi andava con l’altro. Non si usciva necessariamente tutti insieme.

E: tornando al rapporto con Rudiger… tra la data di Stoccarda del 28 aprile e quella di Monaco del 4 maggio che avrebbe visto la chiusura del PaganFolk Tour, Rüdiger ci fa “è inutile che tornate in Italia e poi dovete ritornare qua, rimanete a casa mia”. Ed è stato bellissimo perchè siamo capitati nei giorni in cui in Germania si celebrava Walpurgisnacht! Quindi lui e sua moglie ci hanno portato ad una celebrazione – tra l’altro la Baviera è stupenda e molto vegan friendly – organizzata dai pompieri del piccolo villaggio dove loro vivono. Il falò di maggio è stato veramente molto molto carino. Con loro abbiamo poi visitato Augusta e Landsberg, noi in cambio abbiamo cucinato per loro il ragù alla bolognese (sia vegano, sia tradizionale) perchè a Rudiger piace molto, loro ci hanno fatto mangiare i veri spatzle fatti in casa preparati proprio da lui e la tipica bevanda che si prepara come da tradizione durante il 1° maggio, ovvero un vino bianco aromatizzato con un’erba spontanea… È stato molto, molto bello. Questi sono stati gli unici giorni in cui abbiamo davvero vissuto un po’ di più i day off.

A: alle volte il tempo massimo che avevamo a disposizione erano un paio di ore, ma capitavano traffico, incidenti… una volta è scoppiata la ruota del tourbus ed è stato d’aiuto l’autista, Robby, che aveva una certa età ma una grande prestanza fisica, e con Rüdiger e Stephan ha smontato e sostituito la ruota. Questo è stato l’unico inconveniente del tour che ci ha fatto arrivare in ritardo sulla tabella di marcia e quindi quel giorno non abbiamo avuto tempo di visitare il posto.

Io e Alice abbiamo visto i Faun a Montelago nel 2025 e lei ci ha scambiato qualche parola, si è fatta le foto con loro, si vedeva che erano molto tranquilli, quindi alla fine non è che mi sorprende il vostro racconto. Certo che uno pensa che quando vai in tour, al di là delle battute, ci sia un po’ di movimento. Due settimane fa si è svolto il Mister Folk Festival con gli Ereb Altor dalla Svezia e sono finito nello stesso albergo dove stavano loro. E vedi questi che arrivano con l’aereo, vanno in albergo, si fanno una doccia, poi vanno al locale, fanno il check, stai due ore lì a rompersi le scatole perché dal Traffic per andare al centro di Roma ci metti un’ora e un’ora a tornare, quindi non c’è neanche il tempo di girare. Hanno finito il concerto, hanno ricaricato la roba sul furgone, sono andati in albergo, si saranno fatti una doccia, e la mattina dopo sono partiti per Bucarest per suonare a un festival. Quindi c’è ‘sta cosa che uno dice (sesso, droga e rock’n’roll, ndMF), nei film e negli anni’80 era in quel modo, magari adesso a 50 anni non c’è neanche la forza, cioè suoni, fai una vita di rotture di coglioni perché viaggi sempre… magari il primo tour è una figata in quanto è la prima volta, dopo dici vabbè, prendi l’aereo, vai lì, vai all’aeroporto, vedi la periferia della città per andare al locale, se hai fortuna vai a fare un giro in città, ma se sei a Roma spesso non c’è modo.

E: ti racconto questi due aneddoti: nel 2024 abbiamo suonato al festival Lid Ar Morrigan vicino a Clisson in Francia. Clisson è famosissima perché fanno l’Hellfest, uno dei più grandi festival metal. La band headliner del Lid ar Morrigan era nientepopodimeno che i Finntroll. La scena: noi stavamo qua e i Finntroll di fronte a noi. Io fumavo la mia sigaretta e i Finntroll seduti su di una panchina con la loro bottiglietta d’acqua o la birra mentre fumavano pure loro. Sembrava un centro anziani, mancavano solo le carte!

Parlavano dei fatti loro. Ma la cosa più eclatante è avvenuta durante il tour con i Faun, a Praga. Tu appunto parlavi di periferia, che il più delle volte arrivavamo in periferia, a parte quando abbiamo suonato a Parigi, in un teatro che si trovava sulla stradina che porta a piedi a Montmartre. Però a Praga eravamo in periferia…

A: anche a Berlino!

E: fuori al locale di Praga, un ex macello riconvertito a luogo d’arte, ci sono i binari della stazione nella quale una volta arrivavano i treni carichi di animali e per arrivare sulla strada principale necessariamente bisognava attraversare quei binari. Insomma, mentre cercavamo di superarli, dietro un vagone abbandonato sbuca all’improvviso un senza tetto…

A: con un coltello in mano!!!

E: con un coltello, ma veramente… stiamo andando… il tipo chiaramente ubriaco, per non dire altro, farfuglia qualcosa in ceco con aria minacciosa brandendo questo coltello per aria e ovviamente non lo capiamo! Allora cerchiamo di dirgli in inglese semplice semplice che non vogliamo fare nulla e ci allontaniamo. Ed è così che scoprirono morti i due musicisti del sud Italia in tour con i Faun! (risate, nda) Comunque alla fine siamo riusciti ad arrivare in centro a visitare la città.

Pensa però che pubblicità sull’Ansa, no? Emian, giovani musicisti scomparsi! Visto che si parla di concerti e avete anche una buona esperienza tra tour e festival: quali sono le più grandi e anche le piccole differenze che trovate, da musicisti, a suonare nel locale standard in Italia e lo stesso in Germania, in Francia o a Praga.

A: la sensazione che ho avuto io in tutti questi anni – non parlo tanto nelle grandi città tipo Roma dove siamo stati varie volte grazie agli amici di Musica Celtica – è che nelle piccole zone campane fanno molta distinzione se sei un artista sconosciuto o se sei il grande artista che è da tanto sulle scene. Quando vai alla festa di paese o al festival di turno, questa differenza la senti perché appunto l’artista grande è portato sul palmo della mano, l’artista piccolino viene sempre un po’… “ma ce l’abbiamo un posto dove cambiarci? Sì sì, c’è quella stanzetta” che magari è senza l’acqua, senza il bagno e senza la luce. Non ti fanno mangiare, non ti danno manco la cena che sarebbe dovuta, insomma sono piccole sciocchezze però…

E: beh, insomma…

A: ma anche sul fatto tecnico! Molto spesso hanno sottovalutato quello che facevamo, cioè un sacco di volte dai fonici ci siamo sentiti dire “vabbè ma siete in due, che cosa potrete mai avere, cosa potete mai fare?”.

E: sorpresa!

A: e poi arriviamo noi con 350.000 strumenti e fanno “ah ma voi tutta questa roba tenete?” eh sì, noi la scheda tecnica ve l’abbiamo mandata…

E: a quello serve!

A: quindi la cosa che ho notato è questa, cioè il trattamento è proprio diverso, mentre in Europa se sei grande o sei piccolo a loro non gli interessa, ti devono trattare bene perché tu devi salire sul palco e devi suonare bene, quindi ti mettono nelle condizioni di poterlo fare.

E: è visto come come un lavoro effettivo, quindi tu sei un artista che si deve esibire.

A: ma anche la bella figura che fai fare al festival che ti ha scelto.

E: poi ci sono tantissime cose che nei festival italiani andrebbero aggiustate. Gli organizzatori dovrebbero fare un giro dietro le quinte dei festival europei per imparare qualcosa…

Magari anche chiedere ai musicisti.

A: e invece non viene chiesto!

Tu vai lì a portare la tua musica, la tua arte, però l’organizzatore deve mettere il musicista nelle condizioni giuste per esprimersi. Parlavo con Martina del Traffic sul fatto che a volte gli organizzatori contano le bottigliette d’acqua da mettere sul palco per risparmiare… magari il musicista finisce l’acqua a metà concerto e non ne ha più.

E: tu immagina che nel backstage del CastleFest c’è lo spillatore della birra ed è gratuito per TUTTI gli artisti. Se tu passi lì mille volte, loro mille volte ti riempiono il bicchiere, poi sta a te artista regolarti. Loro ti mettono a disposizione tutto quello che richiedi, di base hai un’area ristoro dove puoi stare tranquillo prima del concerto, dopo il concerto, durante tutta la giornata con il pass che ti danno e sei veramente tranquillissimo e coccolato…

A: in questo momento abbiamo questa teoria: per ogni data che va benissimo ce ne devono stare almeno due tre che fanno schifo!

Per compensare, ho capito.

A: evidentemente bisogna compensare un po’ lo squilibrio.


La provenienza della Campania, l’Irpina, è un bene o un male? Prima di fare la domanda ci ho pensato se ha senso questa cosa, e credo che sia un bene perché è un posto che probabilmente ispira certe connessioni con la natura, con il paesaggio. Perché poi c’è un folklore, il legame anche dei testi, insomma la Janara, questa e quella, tante cose. Ma è anche negativo nel senso pratico, per suonare a Treviso ci mettete, faccio un esempio, 12 ore di strada e quindi le vostre date, da quello che vedo, sono o in festival oppure per la maggior parte è in zona vostra e per un gruppo del vostro valore è un peccato, perché poi vedo il gruppo di Treviso, cito una città a caso, che non dico che sia meno bravo, al di là della qualità musicale, magari a luglio suona 10 volte, perché Treviso-Venezia, Treviso-Brescia, Treviso-Milano, è tutto nel raggio di due ore e quindi è facile anche per chi organizza ingaggiare il gruppo.

E: guarda, in realtà è un discorso complesso questo. Ci è stato detto parecchie volte e senza aspettarcelo questa critica è arrivata addirittura da un membro interno della band, per svariati anni! “Ma noi siamo troppo lontani da tante cose”… non lo so, io non la vedo esattamente così. Se vedi dove è situata la Campania, più o meno è un po’, non dico proprio al centro, però manca poco che sta al centro dell’Italia, quindi non è così lontanaa. Diciamo che si è messo tutta una situazione di carico finanziario degli ultimi anni che non ha aiutato proprio in generale parecchie categorie. Se prima della pandemia noi abbiamo suonato veramente dappertutto, senza problemi, anche con cachet dignitosi, dopo la pandemia è iniziato di nuovo il gioco a ribasso, anche di band molto conosciute della nostra scena musicale. Poi come dicevi tu, è vero che uno non può andare a chiedere 200 euro a un gruppo che si deve smazzare dalla Campania per arrivare in Nord Italia, però dipende anche dal contesto, dipende anche se la data è sul cammino e quindi può essere presa come tappa intermedia. Diciamo che dopo il 2019 non si è capito più niente, è crollato un po’ tutto. Noi stiamo facendo veramente tanta fatica a risalire e non abbiamo capito esattamente da che cosa dipende. Abbiamo escluso possa dipendere dalla posizione geografica, perché se abbiamo suonato fino al 2019 sempre dappertutto, non penso possa essere quello il motivo. Ci siamo posti molte volte questo interrogativo per capire il perché: se dalla musica, se perché, non lo so, non facciamo ballare le persone qua in Italia… in Europa sì, non ci fanno caso, ballano per qualsiasi cosa.

A: per ritornare alle differenze tra festival europei e italiani… abbiamo notato che in Italia c’è un gusto musicale totalmente diverso che non è dato dalle persone, è dato da chi negli anni ha organizzato eventi e ha proposto sempre la stessa cosa. Se tu in Italia parli di un festival folk in generale, due sono le alternative: o è un festival folk che tratta esclusivamente musica del sud Italia, dove ci sta pizzica, tammurriata e quant’altro, oppure è un festival che tratta solo ed esclusivamente musica irlandese (musica celtica generica che fa un mischione di cose) o al massimo balfolk specifico. In Europa quando parli di folk, è folk, quando parli di musica, è musica, se ne fregano altamente se tu fai ballare o meno: la tua musica piace? Il tuo progetto piace? Sì? Io ti propongo.

Cioè non dipende dalla posizione geografica in quel caso, quindi…

A: anche loro di là stanno cominciando a fare i conti in tasca, perché purtroppo…

Ah beh ma perché i costi sono proprio aumentati in generale, è diventato complicato organizzare qualsiasi cosa, chiamare qualsiasi musicista.

E: io li vedo i festival quelli più conosciuti qua in Campania, quelli che propongono anche artisti nuovi come La Nina, che comunque sta rispolverando un po’ il folk campano. Cioè li chiamano perché hanno le grandi produzioni dietro, ma io penso che se fossero degli artisti indipendenti pure loro starebbero nella merda come tanti di noi, perché se non hai nessuno che ti spinge… per come è la situazione, perché si conta molto sull’aspetto visivo, sui numeri, su quanto tiri sul palco, cioè guardano questa cosa qua diventa quasi impossibile “imporsi” ad un grande pubblico. Quindi se non hai nessuno di forte dietro che veicola questa facciata diventa complicato, puoi anche venire da Milano! Non fa differenza…

A: due anni fa in un paese qua vicino portarono i Folkamiseria. I Folkamiseria al Nord tirano tantissimo, la gente è abituata ad ascoltare quel tipo di musica. Quella sera in piazza eravamo 30 persone. Cioè 30 persone per i Folkamiseria è veramente poco! È vero, devi contare il fatto che sei appunto ad Avellino, in provincia di Avellino, dove questo genere musicale non ha attecchito, perché nel corso del tempo nessuno l’ha proposto o se l’ha proposto lo ha fatto male. Quindi diciamo che il 2019 è stato un po’ uno spartiacque.

Da musicisti, da gruppo, cosa è cambiato?

E: da quello che mi risulta, perché qualcuno ce l’ha detto apertamente, è che il problema è che noi non siamo una band ma un duo e in molti festival i duo non li vogliono proprio! Oppure perchè non abbiamo la batteria, il che è assurdo! Abbiamo la batteria di pentole, va bene lo stesso?!

A: mi sono fatta un paio di mezze idee. Magari hanno paura di chiamarci perché dopo il tour con i Faun pensano che noi chiediamo un cachet spropositato, non lo so. Oppure l’altra mezza idea è che facciamo talmente schifo che non ci chiamano, punto. Un’altra opzione non ce l’ho! Queste sono, cioè… ci hanno detto che non siamo una band e quindi no, vabbè… Festival che apertamente non chiamano i duo, cioè proprio…

E: faccio un annuncio pubblico attraverso la piattaforma, attraverso Mister Folk: io vorrei che ci fosse un organizzatore, uno veramente sincero, che dicesse ai gruppi “allora a te ti prendo a suonare perché”…

Mi sei simpatico?

A: sì, “perché mi sei simpatico.. Perché se vengono centomila persone me le fai saltare. Tu invece non mi stai simpatico, mi stai sul cazzo a prescindere e quindi non ti voglio nel mio festival”.

E: la verità non fa male a nessuno. Cioè basterebbe veramente essere sinceri e dire “voi mi fate schifo”, oppure “io non vi posso prendere perché non ho soldi, non vi posso prendere perché arrivate da troppo lontano e pago più le spese di viaggio che il cachet del gruppo”. Manca anche un po’ di empatia, quella si è persa dalla pandemia, non c’è più.

A: purtroppo esiste un rapporto di sudditanza, talvolta di sottomissione verso gli organizzatori dei festival. Non c’è un rapporto alla pari, che per carità non è detto che ci debba essere, però essendo esseri umani, sia gli organizzatori sia i musicisti, si potrebbe quantomeno creare un dialogo a volte costruttivo, quindi mettere sul tavolo di discussione delle cose.

E: all’estero questa è la prima cosa. Veramente, quando ti mandano il contratto o ti mandano un’email mettono tutto da subito nero su bianco.

Ma quindi il festival che non vuole il duo è italiano? A questo punto io ho già la curiosità di questa cosa…

A: guarda che la maggior parte dei problemi arrivano dai festival italiani.

E: all’estero quasi mai abbiamo avuto problemi, anzi mai.

A: ai festival a cui abbiamo preso parte negli anni no, non ci sono mai stati problemi. Poi hanno talmente le programmazioni che cambiano di volta in volta che non ci poniamo e non si pongono nemmeno il problema. In Italia invece succede che se una band va bene per un anno, la confermano pure l’anno dopo, e poi l’anno dopo, e poi dopo ancora… cioè è come prendere il posto fisso! Però così non fai girare la ruota…

E: un festival è tale perchè dovresti dare qualcosa di diverso al pubblico ogni anno, altrimenti non c’è più senso a chiamarlo così.

A: potrebbe essere come una sorta di appuntamento fisso, però dopo un po’ l’appuntamento fisso…

E: io posso vedere un concerto dei Wardruna una volta, ma dopo?

Sì, il secondo anno dici. Li ho visti l’anno scorso, portami qualcuno di diverso. Io spettatore dico “quei soldi investili altrove perché già li ho visti”. Belli, bravi, fantastici, la pelle tocca tutto il tempo. Però se posso sperare, portami qualcun altro. Parliamo del disco. Ci sono quelle tre canzoni al femminile. Ho notato che c’è sempre stato, da parte vostra, questo interesse nel portare a conoscenza figure femminili, situazioni, a volte anche scomode, come…

A: Rosabella, Mephite, Januae… tutte donne amate ma poi dimenticate, messe da parte ed umiliate o messe al rogo.

L’argomento non è radiofonico, tra virgolette, è una cosa che ancora oggi, dopo 45 anni dal 1981, si fa fatica a parlare. Da dove nasce questo desiderio di portare a conoscenza, se c’è un legame, anche con la figura della Janara, insomma, il fatto che nelle vostre zone questa figura era comunque vista in un certo modo, c’è un legame affettivo e di rivalsa, forse?

E: allora, la musica è donna.

A: la musica è donna, quindi è impossibile non parlare della donna. Un po’ banale forse, ma è così. La donna, ecco, lei che dà la vita a tutto e quindi per noi è sempre un omaggio. Non abbiamo nessun sentimento di rivalsa, è semplicemente perché attorno alla donna gira la maggior parte di tutto quello che è la vita. Le radici che ci legano alle nostre rispettive terre sono donne.

Il mondo giro intorno alle donne.

A: la terra è donna, cioè la natura è donna, senza togliere niente all’uomo, non stiamo facendo un’opzione di generi.

E: guarda, quello che hai detto tu dal 1981 fino ad oggi, nel 2026, non è cambiato nulla.

A: si cerca di sensibilizzare come fanno tutti gli artisti su questo argomento il più possibile, quando possiamo farlo.

E: perché la musica è anche politica. A differenza di quello che ha detto De Gregori.

De Gregori è democristiano in questo.

E: sì, la musica deve trattare questi temi, cioè l’arte in realtà deve trattare questi temi proprio per far riemergere di nuovo una coscienza interiore dell’essere umano e fargli capire determinate cose che ha dimenticato e che purtroppo dimentica sempre.

A: volevo dire una cosa importantissima. Questo album, del quale abbiamo parlato un po’ troppo poco, supporta un movimento antispecista globale. In particolare noi, con Limen, supportiamo una delle sezioni della Campania che fa sede a Salerno e che è appunto Salerno Animal Save. Chi acquista il nostro album, supporta attivamente il movimento. Questo anche è esporsi, prendere posizione e toccare temi che non sempre fanno comodo.

Quindi questo al di là della qualità della musica, potete acquistare il disco anche per aiutare gli animali, ma aiuterete anche voi stessi perché avrete un bel disco da ascoltare. Io vi ringrazio e vi saluto, è stato un grande piacere e non facciamo passare sette anni per la prossima chiacchierata.

E: grazie mille. A: grazie mille ragazzi. Un saluto!

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Sito web creato con WordPress.com.

Su ↑