Intervista: Gate

Una band praticamente sconosciuta in Italia nonostante gli oltre venti anni di attività e i premi ricevuti, dischi di altissima qualità e un sound unico e sognante. Portare i Gåte sulle pagine di Mister Folk era per me un obbligo morale: proseguendo la lettura potrete scoprire questa ottima band, ma il consiglio è chiaramente quello di andare ad ascoltare la loro musica.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

UN GRANDE RINGRAZIAMENTO A MARZIA VETTORATO PER LA TRADUZIONE DELL’INTERVISTA.

Per me è un grande piacere ospitarvi sulle pagine del mio sito, siete una band che seguo da tempo dietro consiglio dell’amico/scrittore Luca Taglianetti, che mi fece il vostro nome parlando dell’album Røtter dei Bergtatt. Vi chiedo quindi come vi autodefinite a livello musicale e se trovate alcune cose in comune con i Bergtatt.

Abbiamo iniziato a suonare insieme come band nel 2000, e siamo diventati estremamente popolari in Norvegia; dunque, direi proprio che i Bergtatt siano stati parzialmente influenzati dai Gåte, essendo poi emersi nel 2008. Condividiamo le radici folk e il bisogno di convogliarle nella musica moderna.

Ho cercato in rete e non ho trovato vostre interviste italiane, fatto sta che purtroppo il vostro nome è poco noto agli amanti italiani di questo genere musicale e inizierei l’intervista vera e propria facendovi raccontare la storia della band.

Nel 1999 Sveinung e Gunnhild, che sono fratelli, avrebbero suonato in apertura al folk-act svedese Garmarna, per un concerto nella nostra città natale, Trondheim. All’epoca Gunnhild aveva 14 anni, mentre Sveinung suonava il violino (con il termine “fiddle” si intende il violino suonato in ambito folk, N.d.T.) e si occupava delle parti elettroniche. Verso la fine del 2000 altri membri si sono uniti a loro: un bassista, un batterista, più il sottoscritto alla chitarra. Così è nato il “Gåte sound” , caratterizzato dal suono del violino, dalle chitarre urlanti e, naturalmente, dalla voce senza tempo di Gunnhild, al centro di questo uragano sonoro. Abbiamo poi pubblicato l’EP Gåte e l’album Jygri, che si è aggiudicato un Norwegian Grammy; è poi seguito un intenso periodo di tour in tutta la Scandinavia (durato 5 anni), ma quando stavamo per iniziare a fare concerti in giro per l’Europa, abbiamo deciso di prenderci una pausa. Nel 2017 abbiamo ripreso a suonare insieme, questa volta davvero entusiasti e impazienti di raggiungere anche il pubblico all’estero, ad esempio quello italiano.

Ho ascoltato con molta attenzione l’EP Til Nord e lo trovo davvero bello sotto tutti i punti di vista. Mi piace molto questo stile acustico perché le vostre canzoni suonano intime e delicate, da ascoltare per ritrovare sé stessi e passare bei momenti insieme alle persone care. Cosa vi ha spinto a incidere questo lavoro e quali erano i vostri obiettivi?

Abbiamo sfruttato la pandemia per esplorare un approccio differente alla nostra musica, eliminando i nostri “trucchi” e focalizzandoci piuttosto sulle nostre qualità essenziali. Abbiamo percepito un flusso musicale di una certa forza, che abbiamo voluto indagare in una nuova maniera, più “distillata”, confidando nel fatto di voler esprimere ciò che davvero sono i Gåte, e che ciò che ci rende unici non è determinato dal numero di chitarre distorte e da quanto la batteria sia dura. Nord rappresenta il risultato finale di tutto questo.

Per l’occasione avere ri-registrato e arrangiato in maniera diversa alcune vostre vecchie canzoni, che ora godono di vita nuova. Come vi siete mossi per scegliere i brani e per quale motivo avete selezionato quelli finiti sull’EP?

Nel corso della nostra carriera abbiamo avuto dei brani “chiave”, e sappiamo che colpiscono sempre nel segno con il pubblico, quando li eseguiamo dal vivo. Sjåaren ne è un esempio eccellente, ha chiuso i nostri concerti per molti anni. Ci sono sempre piaciuti i passaggi dinamici – da effimero e soft, a “secco” e pesante -, quindi suonare quelle che sono, in definitiva, delle buone canzoni, con la vera strumentazione e i veri arrangiamenti, è stato un modo curioso di evolverci.

Dopo l’EP è arrivato il disco Nord: già dal titolo sembra la fine del viaggio iniziato con Til Nord e anche musicalmente approfondite ulteriormente il discorso acustico. Cosa potete dirci di Nord e quali sono secondo voi le caratteristiche che lo rendono così intenso e piacevole da ascoltare?

Direi che sia piacevole da ascoltare perché noi stessi ci siamo davvero divertiti a creare questi brani. Abbiamo trascorso molto tempo semplicemente suonando le canzoni su strumenti acustici, esplorando così nuovi modi di interagire tra noi a livello musicale. Abbiamo acquistato un harmonium portatile che stride e sospira non appena viene suonato. Questo ha definito ancor di più il sound, assieme alla mia esplorazione della nyckelharpa, un antico strumento simile al violino folk, dotato di tasti meccanici che creano i vari toni (similarmente alla ghironda, N.d.T.). Abbiamo scoperto che rimuovendo tutta l’energia “rumorosa” (intesa come chitarre distorte, crash ecc.) dallo spettro sonoro, ecco che appare la vera essenza della musica, la sua nervatura. E tutto ciò può trasformarsi, a livello di ascolto, in un’esperienza sonora ancor più ricca di energia, perché non ci si trova di fronte a un “muro” di suoni. Si è piuttosto invitati in un universo che appare oscuro e inquietante, ma con dei risvolti di amore e speranza.

Kjærleik ha un messaggio positivo. L’amore, il rispetto e la gentilezza sono elementi che dovrebbero prevalere su tutto, ma viviamo in un mondo che sembra voler andare nella direzione opposta. Questa canzone può essere vista come un messaggio diretto agli ascoltatori, sperando che venga recepito?

“L’ amore è augurare il bene”, questa è in un certo senso la traduzione quasi corretta del verso principale del ritornello. In norvegese c’è un risvolto un po’più tangibile: non si tratta di un pozzo dei desideri, ma di augurare il bene agli altri, al mondo, a sé stessi. A livello musicale, il brano veicola un’essenza sincera e piena di amore, e sento che anche il testo svolga questa funzione.

In alcuni momenti ho sentito una sorta di folk ambient che in questi anni va molto forte sul mercato, soprattutto per via del successo di Vikings e dei Wardruna. Voi avete uno spettro sonoro molto ampio e versatile e una canzone può cambiare mood in poche note: quando lavorate sulla musica avete già in mente dove andare a parare o lasciate che le emozioni, la magia e la creatività abbiano sempre la precedenza?

Abbiamo approcci differenti nei confronti del processo creativo. C’è chi preferisce partire da idee ben precise, mentre altri semplicemente suonano ed esplorano, sfociando a volte nel caos, per poi ricavare idee dalle scoperte. Personalmente, ritengo che nulla sia come liberarsi completamente dalle aspettative e dalle strutture ben definite, e semplicemente creare qualcosa. Una volta fatto ciò, posso distinguere e individuare melodie e canzoni nel caos sonoro. Per me un brano non è composto che da frammenti di caos che vengono organizzati e a cui viene data una forma per alcuni minuti.

Dalla popolarità dei primi anni allo scioglimento all’apice del successo, siete tornati dopo tanto tempo continuando a fare la musica col cuore, come sempre. È stato difficile adattarsi nuovamente al music business, ai cambiamenti che ci sono stati in oltre dieci anni di stop e delle inevitabili pressioni dovute al vostro ritorno?

Abbiamo impiegato del tempo a ricostituire la band, con un nuovo batterista e un nuovo bassista. Abbiamo iniziato realizzando un album, Svevn, che rappresenta una sorta di connessione tra i Gåte del passato e i Gåte del presente. Ora che la connessione è stata portata a termine, siamo pronti a sperimentare e a guardare avanti. La musica nordica folk-influenced oggi ha un pubblico molto più ampio rispetto ai tempi dei nostri inizi, quindi è davvero entusiasmante creare con i Gåte in questo momento, in questo periodo.

Le foto di inizio carriera erano caratterizzate da un’estetica emo di alcuni di voi, cosa che stonava con la musica poi proposta. Ho sempre pensato che avete fatto esattamente quello che vi andava di fare, dal look alla musica, alle decisioni del gruppo. È così?

Siamo persone molto diverse tra loro, e ognuno ha il proprio stile nell’abbigliamento. Potrei considerarmi come il più “emo” tra noi, a quei tempi, sebbene non fossi consapevole dell’appellativo. Ciò che ha contraddistinto rispetto alle altre band, è il fatto di non essere stati un gruppo “omogeneo” (a livello di stile). Ognuno di noi ha seguito il proprio gusto estetico, benché sia stato necessario trovare comunque un denominatore comune, per creare una sorta di interezza. Non concordiamo sempre su tutto, ma ci piace molto collaborare, e questo si riflette certamente sulla musica, sull’estetica e su tutto il resto.

La pandemia mondiale ha di fatto bloccato tutti gli eventi dal vivo per oltre un anno e mezzo e molti gruppi ne hanno “approfittato” per lavorare sulla nuova musica. Anche per voi avete fatto così?

Sicuramente è stato così anche per noi, e Til Nord e Nord sono il risultato del nostro ridimensionarci a suonare per un pubblico ridotto. Lungo il percorso, abbiamo trovato un nuovo modo di essere Gåte, che forse ci permetterà anche di raggiungere più persone. Piccoli passi per grandi obiettivi! Al momento stiamo lavorando su altro materiale che esplora ulteriormente le nostre nuove potenzialità.

Lo so che è una domanda molto generica, ma mi piacerebbe conoscere i gusti musicali di ognuno di voi e quali sono gli ascolti di questo periodo.

È impossibile dare una risposta, siamo persone diverse con gusti diversi. Le affinità musicali che condividiamo riguardano Wardruna, Heilung, Garmarna, Sigur Rós, Mari Boine, Thov G. Wetterhus, e così via.

Nel foglio allegato con il promo c’è scritto che vi muoverete in altre direzioni per i prossimi lavori? Chiusa l’esperienza acustica tornerete alle chitarre elettriche?

Si tratta di qualcosa che stiamo scoprendo noi stessi. Ci saranno alcune corse che verranno suonate, sì… ma chi può dire se si tratterà di corde di chitarra? “Gåte” si traduce con “enigma”, e questo è anche il nostro spirito. Non “sappiamo”, “scopriamo” man mano che esploriamo questo enigma sconosciuto.

Vi ringrazio per la disponibilità e spero di vedervi presto in concerto. Ci sono possibilità di un vostro show in Italia, magari in contesti magici come il Montelago Celtic Festival?

Sarebbe assolutamente fantastico!

ENGLISH VERSION:

It is a great pleasure for me to have you on my webzine! I have supported your band for quite some time, on the advice of my friend Luca Taglianetti (who is a writer too): he told me about you while talking about Bergtatt and their album Røtter. I would like to ask you how you define yourself from the musical point of view, and if you have some points in common with Bergtatt.

We started as a band in 2000 and got hugely popular in Norway, so I reckon Bergtatt has been partly influenced by Gåte as they emerged in 2008. We share the folk roots and an urge to bring that into modern music.

I have looked for past interviews on Italian websites, but I couldn’t find anything: unfortunately, your name is not well-known among fans of this music genre. That’s why I would like to start this interview by asking you to tell us the story of the band.

Sveinung and Gunnhild, who are siblings, were opening up for the Swedish folk act Garmarna in 1999 at a concert in our hometown Trondheim. Gunnhild was 14 years old then, and Sveinung did electronics and played the fiddle. In late 2000 a bass player, drummer, and myself on guitar joined the band. Then the “Gåte sound” was made, with fiddle, screaming guitars, and of course, Gunnhild’s timeless voice in the center of the hurricane. We released Gåte EP and Jygri and won a Norwegian Grammy for that. We toured intensely for 5 years in Scandinavia, and as we were starting touring Europe, we decided to take a hiatus. We started playing together again in 2017, this time eager to reach the audience abroad e.g. in Italy.

I have listened to your EP, Til Nord, very carefully, and I find it beautiful by all accounts. I appreciate this acoustic style: it makes your songs sound intimate and delicate, the perfect soundtrack to rediscover the inner self, and for moments spent with loved ones. What made you decide to record this album? What were your goals?

We used the pandemic to explore a different approach to our music, stripping away our usual “tricks”, and rather focusing on our essential qualities. We gestalt a certain strong musical flow, that we wanted to explore in a new, more distilled way, trusting in that what we express that is uniquely Gåte, is not determined by the number of fuzz-guitars and rock drums. This resulted in Nord.

This EP includes some old tracks that you recorded again, with a new arrangement: it’s like they are living a new life. How did you choose the tracks? What were the reasons for this selection?

Throughout our career, we’ve had these quintessential songs that we know always hit home with our audience when we play live. Sjåaren is an excellent example of this, closing our live shows for many years. We have always been about big dynamics. – from brittle and soft to heavy and pounding, so to play with the actual instrumentation and arrangements of what are in essence, good songs, is a curious way to evolve for us.

After the EP, you released the Nord album: the title reminds of the end of an ideal trip, started with Til Nord, and you also further investigate the acoustic aspect, from a musical point of view. What would you like to tell us about Nord? In your opinion, what makes this album so intense and enjoyable to be listened to?

I would say that it is enjoyable to listen to because we truly enjoyed making these songs. We spent a lot of time just playing around with the songs on acoustic instruments, and exploring new ways to interact musically with each other through this. We acquired a peculiar suitcase harmonium that squeaks and breaths as you play it. That instrument defined a lot of the sound, together with me exploring the nyckelharpe, – an old fiddle-like instrument with mechanical keys creating the different pitches. We found that when you remove all the noisy energy from the sound-spectrum, being distorted guitars, crashing cymbals and so on, the actual essence, the nerve of the music comes forth. And that can become an even MORE energetic experience to listen to because you are not met with this wall of sound. You are rather invited into a universe that is both dark and unsettling, yet with its moments of hope and love.

Kjærleik brings a positive message. Love, respect, and kindness should prevail above all, but we are living in a world that seems to go in the opposite direction. Can this song be considered as a direct message to the listeners, with the hope that they will recognize it?

“Love is to wish well” is a somewhat almost correct translation of the main chorus line of that song. In Norwegian, it has a bit more tangible aspect. It is not wishing well, but desiring to do well to others, to the world, to oneself. Musically it carries a loving and sincere essence, that I feel is conveyed without the lyrics as well.

In certain moments I could feel a kind of folk-ambient atmosphere: this trend is really popular lately, thanks to Vikings and Wardruna. You use a wide and versatile sound spectrum: a song can get a different mood only by changing a few notes. Do you start working on new music with a precise idea in your mind, or do you just go with the flow, prioritizing creativity, magic, and emotions?

We have very different approaches to the creative process. Some like to start with very precise ideas, while others enjoy playing and exploring, sometimes going into chaos, to then discover ideas. Personally, there is nothing like just letting go completely of any mental structures or anticipations, and just creating something. Then later, I can discern and find melodies and songs in the sonic chaos. A song for me is pieces of chaos structured in form for some mere minutes.

You gained a lot of success during the first years of your career, then you decided to split up at the apex of it. You have chosen to start again after a long time, making music from the heart as always. Many changes have occurred in the music business during your ten-years hiatus: how did you manage to deal with them, and also with the unavoidable pressure due to your comeback? Was it difficult?

We spent some time getting the band together, with a new drummer and bass player. We started with making an album, Svevn, that sort of connected the past Gåte with the then present gåte. Now that connection has been made, we are ready to experiment and look forwards. Nordic folk-influenced music has a much broader audience now than back when we started, so it is indeed exciting to be creating with Gåte now in this day and age.

The photos that were taken at the beginning of your career show that some of you followed the emo aesthetic: this might be seen as a contradiction if one thinks about your musical style. I have always thought that you have done exactly what you wanted to do with your music, your appearance, and your decisions. Is it true?

We are very different people and have dressed accordingly. I would reckon myself as the most “emo” of us at that time, though I was not aware of the word “emo”. What set us apart from other bands, was that we were not a homogeneous bunch of people. We pursued our individual aesthetic, though having to find SOME common denominators to create a whole. We do not agree on everything, but we still enjoy collaborating, and that reflects itself in the music, in the aesthetics, everything.

The global pandemic has stopped all the live shows for more than one year and a half: many bands have chosen to take advantage of this break to work on new music. Was it like that for you too? Have you worked on a probable successor of your latest album?

We have indeed done this, and Til Nord and Nord are products of us scaling down to play smaller concerts for fewer people. Along the way, we found a new way to be Gåte and maybe reach more people than we did before. Go little to go big! We are currently working on more material that further explores our new potential.

I am aware that this is a very broad question, but I would like to know more about the musical tastes of every one of you and your current plays.

This is impossible to answer, as we are such different people with different tastes. Some shared affinities in the group are towards Wardruna, Heilung, Garmarna, Sigur Ros, Mari Boine, Thov G. Wetterhus, and so on.

The promo includes a pamphlet, reporting that you will follow other directions for your next works: are you thinking about coming back to electric guitars, once this acoustic experience is over?

We are currently discovering that ourselves. There will be some strings played yes, but if they are guitar strings… who knows. Gåte means “enigma” in English, and that is our attitude as well. We do not know, – we find out by exploring the unknown enigma.

Thank you so much for your kindness, I hope to see you on a live stage soon! Are there any plans for a gig in Italy, maybe in a magical environment like Montelago Celtic Festival?

That would be absolutely fantastic to do!

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